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Maicol ci teneva a farsi capire

19 Novembre 2009

Quante volte siamo andati a fare una nuotata nella piscina dell’oratorio, lo sorreggevo e, via andavamo a prendere la nostra parte di luna, tutta dentro una buona faticata che sfiniva entrambi.

Da tanti anni il suo fisico aveva mollato gli ormeggi, se ne era andato da un’altra parte, ma lui nonostante le arrabbiature, reagiva a questa forma “bullistica del destino”, con una lucidità che non è facile trovare nelle persone che circondano la nostra vita.

Maicol è nato così, con l’esistenza a orologeria, con un  tempo corto, non certo per colpa sua, è nato così con la sua missione ben scolpita sulla pelle.

Lo ha svolto con cura il suo impegno, anche quando la mente e il cuore ritornavano agli anni che parevano significare la sconfitta della malattia, i giorni della gioia, dell’amore, delle monellate, delle provocazioni, per tentare di esorcizzare la condanna, che nonostante tutto, resta sconosciuta alla ragione, che ostinata  ama e crede e spera l’impossibile.

C’è stato un momento nella vita di Maicol, in cui il mondo gli ha spalancato le porte, fino a renderlo immortale, in una storia di indicibile sofferenza,  un esempio leale di caparbia speranza, giungendo a contenere il suo male ingiusto, a non renderlo un semplice stato fisico da dimenticare, neppure a farne una condizione di rancori addomesticanti.

Maicol è qualcosa di diverso da subito, non innalza muri, non elargisce lacrime di commozione impropria, di compassione travestita a pena da spendere in fretta.

Ora in quella stanza non c’è più Maicol disteso sul letto, sulla poltrona, a pensare, a parlare, a tenere desta una preghiera per chi piegato giungeva  dalle sue parti.

Quel che c’è da fare ora, è in quei silenzi che assalgono le orecchie, facendo rumore, spingendo e accelerando, accostando e rallentando, fino a costruire una sequenza di movimenti, per rendere una assenza un fermo immagine, una partenza in un palpito che non si vede.

Maicol non è mai stato prigioniero in questa gabbia di partenza, in queste catene di arrivo, neanche di rimbalzo soprassedeva alla sua costrizione, Maicol era un uomo coraggioso, per tanti ragazzi di questa Comunità Casa del Giovane, che faticano a ritrovare un senso, a dare un senso, Maicol è stato per loro, e  per me,  davvero un esempio, consigliando ad ognuno di ritrovare l’umiltà necessaria per affinare quella pratica unica e insostituibile tutta dentro il concetto del “buon esempio”, del non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te, del fare bene o al meglio delle tue capacità, se pretendi che faccia altrettanto chi ti è vicino.

Questa sua grande dignità conferma che  non esiste sofferenza, dolore, pena, che possano inchiodare al proprio male, che possano indurre chicchessia a pensare di non potere fare niente, se non rimanere indietro, nel silenzio dell’insopportabilità.

Quando Maicol era tra le mie braccia, ho sempre avuto netta la sensazione di avere tra le mani quelle risposte che spesso non vogliamo cercare, neanche quando sono a un palmo dal naso.

In quella sua voce c’è il richiamo al rispetto della vita, c’è il dovere di non confondere chi rimane alla finestra indifferente, diventando inutile, e chi invece ha cose nuove da dire: e Maicol ci teneva a farsi capire, anche da un letto trasformato in una croce.

Vincenzo Andraous

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il calcio contro la droga

17 Novembre 2009

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Genitori divorziati, adolescenti e alcool

10 Novembre 2009

Una recente ricerca condotta da un team multidisciplinare di studiosi slovacchi ha cercato di capire, ed eventualmente approfondire, se esiste una relazione tra divorzio dei genitori e uso smodato di alcool nei figli adolescenti.
Il metodo di ricerca adottato è squello del questionario, somministrato agli studenti delle scuole medie di diverse città della Slovacchia, rivolto a conoscere il numero di volte in cui i ragazzi si sono ubriacati nelle ultime 4 settimane, se i loro genitori sono divorziati, nonché la composizione e la condizione socioeconomica della famiglia.
I dati pervenuti da 3.694 studenti, con un’età media di 14,3 anni, rappresentano il 93% del totale intervistato e indicano che esiste un’effettiva correlazione tra genitori divorziati e figli ubriachi. A questa tendenza concorrono altri fattori come l’alta posizione socioeconomica, il basso supporto sociale dalla famiglia e l’alta depressione/ansietà. L’effetto del divorzio sull’ubriacatura diminuisce solo modestamente dopo la fornitura di supporto sociale nel modello.
La conclusione a cui è giunta l’equipe, che può essere letta sull’articolo pubblicato su European Addiction Research, è che il divorzio dei genitori ha un’influenza persistente sui comportamenti a rischio dei figli adolescenti, indipendentemente dalla condizione socioeconomica e dal benessere familiare. Il divorzio può aumentare la probabilità di alcolismo più di altri fattori come il basso supporto familiare ed una bassa condizione socioeconomica.

fonte:  dronet.org

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Le attenuanti generiche stanno oramai a zero

3 Novembre 2009

Il bullismo appare sempre meno imparentato con il disagio relazionale, sempre più coinvolto in un comportamento sociale dedito al raggiungimento di traguardi altrimenti inaccessibili.

Bulli e bulle impazzano nei blog di una rete più che mai innamorata di vittime sacrificali, ben mimetizzati, amalgamati alla normalità, e quando  appaiono, è perché sono  invischiati in qualche indagine, in qualche ricerca sociologica, nello studio dei dati esponenziali che tanto allarmano ma ugualmente non consegnano sicurezza.

Sempre più il palcoscenico non è teatro unico del colpo inferto, ma terreno fertile per imparare a non fare rumore, rimanere famosi ma invisibili, al punto da non poter esser messi da parte.

E’ una competizione che si gioca tutta dentro il quadrato di un’arena immaginaria, in cui non si fanno prigionieri, al massimo qualche cavia impaurita da usare nelle giornate più noiose.

Quel giorno alla Casa del Giovane stavamo confrontandoci sulla violenza, sui protagonisti negativi assunti a eroi, i famosi da emulare, proteggere, per paura e per il piacere del sangue, naturalmente di quanti non possono difendersi.

Nella piccola aula fummo tutti d’accordo di fare qualcosa, di non rimanere più in silenzio, ci scambiammo una promessa, di quelle che è possibile mantenere, tentare di essere meno distratti nei riguardi di chi ci è vicino e fatica a starci dietro.

L’incontro era terminato, quando una ragazza mi chiama in disparte, mi ringrazia, e ribadisce che ci sono momenti nella vita di una persona, in cui l’unica maniera per non soccombere a una ingiustizia, è fare ricorso a una sorta di violenza di rinculo.

Apre la sacca e mi fa vedere un coltello a serramanico, una specie di compagno salvavita, con la speranza di non dover mai interpellarlo.

C’è evidente un’incapacità a valutare i significati emozionali, le interazioni, le stesse relazioni umane perdono interesse, fino a non riconoscere più i sentimenti, quelli che ti permettono di provare e sentire la fortezza dell’amore-valore.

Quel coltello è il messaggio di crisi di una generazione, ma anche una vera e propria chiamata alla rivolta per tutte le agenzie educative e di controllo, non è sinonimo di stile di vita per proteggere la propria, è segnale di paura che non arruola alla solidarietà, quel coltello portato in giro con malcelata insicurezza, è il prodotto di una  condizione che fa perdere contatto con la realtà.

“Non voglio essere una bulla, ma neanche una sfigata, non mi interessa denunciare qualcuno, non serve a molto, ma non voglio avere la vita distrutta”.

Una difesa tutta all’attacco, per ogni botta inferta c’è una vittima disastrata, il sequestro delle emozioni, dei bisogni, dei desideri, fino a diventare disturbo, fobia, ossessione.

Forse quando siamo di fronte al male acerbo, miope,  non è più il caso di accontentarci di occupare lo spazio con risposte che curano la patologia, forse è giunto il momento di pescare direttamente dentro le derive, dove si è eroso il livello psicologico come disagio, forse è il momento di cambiare le assi di coordinamento-apprendimento sociale, dell’educazione e della socializzazione, forse occorre trascurare meno la solidarietà fra le persone, per non farla tramutare in quella sordità che accumula odio e violenza, e non merita alcuna attenuante.

Vincenzo Andraous

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Ketamina

29 Ottobre 2009

La ketamina è un anestetico generale utilizzato prevalentemente per scopi veterinari, agisce deprimendo il Sistema Nervoso Centrale, riducendo la frequenza cardiaca/respiratoria e la pressione arteriosa. A dosaggi inferiori a quelli necessari per l’anestesia produce anche effetti psichedelici che inducono una sensazione di dissociazione tra mente e corpo.
La sostanza, che si presenta sotto forma liquida o di polvere biancastra è normalmente sniffata ma può anche essere ingoiata o assunta con iniezioni inframuscolari.

EFFETTI E RISCHI

L’effetto e la durata dell’esperienza, dopo l’assunzione, oltre che dalla purezza e dalle modalità di assunzione della ketamina (sniffata produce effetti in pochi minuti) dipendono molto anche dalla predisposizione della persona e dal contesto. Comunemente provoca un leggero stato di euforia, seguito da una sensazione di distacco tra mente e corpo che porta a difficoltà nella coordinazione dei movimenti e più in generale a difficoltà nel controllo dei vari sensi; condizioni che portano al disorientamento, alla perdita del senso di identità e ad un distacco quasi totale dalla realtà. Ad alti dosaggi è possibile arrivare a stati mentali vicini al coma che provocano NDE (esperienze vicine alla morte). Queste sensazioni possono provocare stati di ansietà o crisi di panico. Con un uso continuato di ketamina, oltre ad una lenta scomparsa degli effetti psichedelici che lasciano solo l’effetto sedativo della sostanza, non si escludono danni permanenti al sistema nervoso.
In caso di overdose si possono avere arresti cardiaci e gravi danni cerebrali.

fonte:  up.comune.re.it

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Spice, rapporto tecnico UE

27 Ottobre 2009

L’Osservatorio Europeo delle Droghe e delle Tossicodipendenze (EMCCDA), a seguito del meeting di esperti organizzato lo scorso 6 Marzo a Lisbona, ha pubblicato un documento tecnico che illustra i risultati dello studio condotto sul fenomeno ‘Spice’. Una miscela di erbe venduta come profumatore d’ambiente, disponibile su internet e negli smart shop di ben 21 Stati Membri dell’Unione Europea.
La segnalazione del monitoraggio è stata annunciata agli inizi del 2008, a seguito di soggetti che riferivano l’uso del preparato. Se fumato, o consumato come infuso, ha effetti simili a quelli della cannabis. Tracce di potenti cannabinoidi sintetici, come JWH-018 e CP 47,497, sono state trovate nel composto in questione, dalle indagini incrociate delle autorità tedesche e austriache.
Gli estratti di misture diverse, l’aggiunta di elevate quantità di sostanze non psicoattive e la selezione di cannabinoidi non comunemente noti hanno reso complicata la definizione dei principi psicoattivi presenti nei prodotti Spice. La preoccupazione maggiore riguarda gli effetti poco noti che questi nuovi cannabinoidi, sintetizzati in laboratorio a metà degli anni ‘90, possono avere su una persona. Tutto ciò rappresenta una nuova sfida, non solo per la loro identificazione giuridica e tossicologica, ma anche da un punto di vista sanitario.

fonte:  dronet.org

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Coma etilico a trecici anni

23 Ottobre 2009

La ragazzina è distesa a terra, il  vomito alle labbra, un’adolescente in rianimazione, tra la vita e la morte, la balbuzie esistenziale che non porta conforto né riparazione, solamente disperazione, coma etilico a tredici anni, rischio di morire per abuso di sostanze.

Poco più di una bambina, strangolata dall’alcol,  dalla cecità ottusa dell’età, dai desideri adulti improvvisamente insopportabili, sconosciuti e prepotenti.

Quando un ragazzo rotola giù dall’amore che non arriva al cuore, la consuetudine sta nell’uso delle parole sempre più inutili, anche false, perché giustificano sempre e comunque, oppure  nel rifugiarsi nella riparazione della “deduzione logica “, negli editti delle buone intenzioni, le solite frasi a effetto.

Una bambina o poco di più e la spirale del rischio estremo, come se tutto fosse nella norma, sono accadimenti di routine, una specie di ben nota abitudine all’evento critico,  non c’è altro da fare che raccogliere i cocci  e sperare di riuscire ancora a rimetterli insieme.

Invece c’è qualcosa in più che deteriora gli anni più belli della gioventù, c’è qualcosa in meno a cui aggrapparsi  per non andare incontro a un coma etilico a dodici anni, c’è qualcosa che si sottrae confermando la sua presenza.

Rammento qualche anno addietro in una scuola del trentino, anche lì, un ragazzo di quattordici anni, stramazzato al suolo, in coma etilico, alle nove del mattino.

Fui invitato come tutor della Comunità Casa del Giovane di Pavia a raccontare per fare prevenzione, informare, comunicare, e  non dare scampo alle giustificazioni,  smetterla con la coerenza ipocrita, quando la richiesta di aiuto rimane appesa a mezz’aria, quando con amarezza ti accorgi che l’intero uditorio, ammutolito e scosso, è mancante di qualcosa, di qualcuno, c’è un’assenza che non è riconducibile solamente a quel giovane scivolato tra la vita e la morte.

Ma ieri, e ieri l’altro ancora, quando quell’adolescente crollava a terra, dove erano gli adulti deputati a conoscere, a leggere, a decodificare? Chissà se c’è davvero coscienza della distrazione che ha aiutato a trasformare quel disagio in una tragedia.

Diventa doveroso raccontare ai ragazzi la condanna insita nella droga e nella bottiglia, posta là, a portata di mano, di bocca, di occhio sempre più spento, sempre pronta a colmare le lacune, le ansie, i tormenti degli interrogativi,  le inquietudini delle risposte.

La bottiglia se ne sta in silenzio, non spreca parole, convincimenti, rimproveri, è amica discreta, non ci mette il dito, né il becco, non azzarda consigli, lezioni di vita, non comanda stili né comportamenti, non fa commenti, neppure di fronte alla paura di un cambiamento che non arriva, ma alimenta inadeguatezza che non fa prigionieri.

Chissà se quella ragazzina ce la farà, ma questo dolore ci obbliga a intervenire, a non restare indifferenti, a chiederci con chi abbiamo a che fare, a pensare finalmente che solo l’amore arriva dove la volontà ci guida, solo l’amore per il rispetto di quelli ancora a spasso con il cuore, può sbarrare la strada alla resa più devastante, solo l’amore può trasformare i luoghi più impensabili in dignità ritrovate.

Vincenzo Andraous

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Cannabis: effetti dannosi per la salute

20 Ottobre 2009

La cannabis rappresenta la sostanza psicoattiva più diffusa e utilizzata a livello mondiale. Australia, Nuova Zelanda e Nord America sono gli stati dove si registrano le più alte prevalenze d’uso nella popolazione generale. Si stima che nel 2006 166milioni di persone l’abbiano utilizzata, pari a circa il 4% della popolazione mondiale.
Questi i dati forniti da un’importante revisione della letteratura scientifica a livello internazionale sul consumo di cannabis, condotta da Wayne Hall dell’University of Queensland e da Louisa Degenhardt del National Drug and Alcohol Research Centre in Australia, e pubblicata sulla rivista The Lancet.
Gli studi clinici, epidemiologici e di laboratorio hanno stabilito che l’uso regolare di cannabis durante l’adolescenza o in età adulta comporta seri danni alla salute fisica e mentale. Le conseguenze più comuni sono i disturbi a carico del sistema respiratorio e cardiovascolare, ma anche un maggior rischio di essere coinvolti in incidenti stradali, lo sviluppo di una dipendenza dalla sostanza, oltre ai pesanti effetti sul normale sviluppo psicofisico e mentale se utilizzata in età precoce. L’esposizione prenatale alla cannabis, inoltre, provoca nei bambini disturbi comportamentali e depressione, e li espone ad un maggior rischio di sviluppare tumori all’apparato respiratorio.

fonte:  dronet.org

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I bambini non si toccano mai

14 Ottobre 2009

I bambini non si toccano mai, non so chi ha coniato questo comandamento, ma chi lo fece, aveva ragione, ne aveva così tanta, che forse anche lui è finito pazzo per il dolore.

I bambini non si toccano mai, o più propriamente gli innocenti non si toccano mai: chi lo disse, è finito crocifisso su qualche croce dimenticata, per un momento infinito è rimasto da solo,  con l’urlo in gola a strangolarlo, con le braccia aperte, gli occhi ribaltati, il volto reclinato degli innocenti.

I bambini non si toccano mai, muoiono per strada, sulle auto, sui campi di calcio, muoiono senza colpa né misfatti, per prossimità derivate da terzi, per una sorta di nemesi congenita, che propaga metastasi, come ogni condanna al silenzio.

I bambini non si toccano mai, c’è quasi nostalgia delle leggende, delle storie che non stanno scritte da nessuna parte, delle regole e dei codici di ieri, un onore antico, di un tempo in fiamme,  di un’era cretacea, dove sono andate perdute le responsabilità che almeno facevano gli uomini consapevoli della preziosità dei bimbi che “non si toccano mai”.

Neanche quando gli interessi sono trasformati in imbrogli e peggio in tradimenti, in quella pratica che smembra i legami affettivi, il diritto di appartenere a una città, di abbandonarsi alla fiducia degli altri.

Ci attraversa un tempo che non commuove, dove le verità non sono liberate per essere apprezzate, ma spesso sono relegate nella polvere della sventura più prossima, quando la storia è azzoppata dagli agguati delle vendette, una storia che non possiede alcun elemento di verità, solamente il sangue degli innocenti.

I bambini non si toccano mai, persino su chi nulla comprende di malaffare, di cattivavita, di strade sterrate alla coscienza, incombe lacerante la ferita che squarcia la carne della ragione, quando con normalità insana, un bambino viene smontato  e abbandonato, quando una creatura viene presa a pallettoni sul viso, quando un adolescente paga con la vita il proprio diritto di cittadinanza.

Quel che accade su e giù per il paese Italia, in qualche dirupo, in qualche cantina del massacro, non si tratta di un nuovo e affascinante slang,  non è narrativa da premio pulitzer, piuttosto è pratica da non pubblicizzare, un metodo che non è sinonimo di uno sconosciuto onore e rispetto, è un’azione che non è possibile raccontare, accettare, condividere.

La violenza non ha timidezza da mostrare, nella perdita filiale c’è la libertà che non ha più valore, ha un prezzo perfino l’amore che si paga offrendo riparo all’irreparabile, all’indicibile, all’infamia più grande, quella che non è possibile difendere,  celare, manipolare, a un accadimento sub-culturale di pochi.

I bambini non si toccano mai, eppure cadono scomposti, nascosti alle inquietudini e alle indignazioni non più sufficienti, è un malore dell’anima che non bisogna tacere o  negare, non rimane che scegliere un percorso ostinato e contrario, per non rinunciare  a educare alla verità che è sempre innocente, a tal punto da rendere possibile un’altra storia, in cui i bambini davvero non si toccano mai.

Vincenzo Andraous

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Le sigarette danneggiano le cartilagini delle articolazioni

12 Ottobre 2009

Come è noto, il fumo di sigaretta è responsabile di disturbi respiratori e cardiovascolari, oltre che avere un effetto peggiorativo di malattie che interessano le articolazioni, come l’artrosi. La rivista Rheumatology presenta proprio come “argomento scottante” del mese uno studio che indaga l’effetto del fumo di tabacco sulle cartilagini delle articolazioni.
Lo studio, condotto da Flavia Cicuttini e collaboratori della Monash University e del Dipartimento di epidemiologia e medicina preventiva presso l’Alfred Hospital di Melbourne, in Australia, si è occupato di determinare una possibile relazione tra le modificazioni a cui va incontro la cartilagine della tibia e della rotula con il fumo di sigaretta, su una popolazione di 270 adulti nell’arco di due anni. La ricerca, inoltre, ha analizzato lo sviluppo o la persistenza di lesioni del midollo osseo (BMLs) nel campione in esame.
I partecipanti hanno riferito le loro abitudini d’uso rispetto al fumo e sono stati sottoposti a una risonanza magnetica per immagini (MRI) al ginocchio dominante (generalmente il destro). Il questionario e gli esami di risonanza sono stati ripetuti dopo due anni analizzando, in modo particolare, le possibili alterazioni a livello delle cartilagini della rotula e della tibia e le possibili lesioni del midollo osseo sottostante.
I risultati hanno evidenziato tra i fumatori (attuali o ex fumatori) un aumento delle lesioni a livello del volume delle cartilagini, lesioni che si sono dimostrate dipendenti dal numero di pacchetti di sigarette fumate. Inoltre, per quanto riguarda gli individui che all’inizio dello studio presentavano delle lesioni del midollo osseo, attraverso la risonanza (MRI), a distanza di due anni, si è osservato per i fumatori una persistenza di queste lesioni 11 volte superiore rispetto a quella rilevata nei non fumatori. Infine nel caso dei fumatori, la minore capacità di recupero delle lesioni al midollo osseo può costituire un possibile meccanismo coinvolto nell’insorgenza di danni alle cartilagini.

fonte:  dronet.org

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Impatto della pubblicità sui consumi di bevande alcoliche

7 Ottobre 2009

La comunicazione commerciale finalizzata alla promozione e alla vendita di prodotti alcolici rappresenta uno dei principali fattori correlati all’aumento dei consumi di alcolici. I livelli di consumo e la prevalenza di comportamenti rischiosi sono influenzati anche dalle politiche adottate per affrontare il problema come, ad esempio, il rincaro dei prezzi delle bevande alcoliche, la prevenzione della guida sotto effetto di alcol, gli interventi terapeutici per la cura e il recupero degli alcolisti.
Le strategie di marketing, oltre a promuovere e commercializzare il prodotto, operano su differenti altri fronti; perciò mentre l’alcol viene commercializzato attraverso sofisticati messaggi pubblicitari trasmessi dai media, il prodotto viene promosso anche legando il brand a eventi sportivi e culturali o attraverso nuove tecnologie come internet, il podcasting e i cellulari.
L’insieme di questi fattori e la complessità del tema sono stati analizzati da un gruppo di studio dell’European Alcohol and Health Forum, che ha condotto una rassegna sistematica sui principali studi longitudinali che esaminano l’impatto delle strategie commerciali sulla vendita e sui consumi di bevande alcoliche, in particolare tra i giovani, realizzando questo nuovo report.
I risultati dell’analisi individuano significative e consistenti prove che dimostrano l’impatto della pubblicità nell’indurre il consumo di alcolici nei giovani non bevitori, e nell’aumentare i consumi nella popolazione generale. La principale conclusione conferma il ruolo svolto dalla comunicazione a scopo commerciale nel rafforzare le probabilità che adolescenti non bevitori inizino ad utilizzare la sostanza, e nell’aumentare i consumi di bevande alcoliche nei giovani utilizzatori.

fonte: dronet.org

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Riflessione da svolgere con cura

1 Ottobre 2009

Capita sempre più spesso di ascoltare inesattezze plateali, fino a farle diventare verità  addirittura condivise, droghe pesanti e droghe leggere, una sorta di accettazione della anormalità, della canna che non fa più male di una sigaretta o di un bicchiere di vino, del calare giù settimanale, come fosse davvero un semplice fare sporadico che non ingabbia in alcuna dipendenza fisica, figuriamoci psicologica.

Questa evidente menzogna, deriva proprio dal vivere male costruito a misura dalle persone mature, nel disertare quegli interventi preventivi che dovrebbero educare allo sviluppo del proprio senso critico.

Quando parliamo dell’età in cui definire la propria identità contempla il rischio dimostrativo, i riti di passaggio, i totem schierati in bella mostra, non bisogna lasciare spazio alle confusioni e ai ritardi, occorre sbarrare la strada a una società incattivita e stanca, annoiata ancor più dei suoi adolescenti.

Rammento un incontro con i ragazzi di  una scuola, la contrapposizione tra i fautori del consumare uno spinello normalmente, e quelli che non ci stavano a ritenere la  droga una cosa normale. Non rimasi colpito dalla percentuale di giovani che amavano sballarsi, piuttosto dalla confusione che  riempiva le loro tasche.

Racconto sempre un episodio per aiutare a fare chiarezza, la storia di tre ragazzini, con le gambe larghe marciano per la città, in cerca di adrenalina, di una botta forte, di un rischio erroneamente calcolato.

Un auto sul ciglio della carreggiata, le chiavi inserite,  uno sguardo, è un attimo, ridendo sgommare via, schiacciati dall’irrefrenabile delirio di onnipotenza, a cavallo delle luci e delle regole mandate a quel paese, divertimento di una serata diversa, vissuta al contrario.

Le mani sul volante sono assalite da piccole scosse elettriche, le voci nell’abitacolo somigliano a tamburi che non la smettono di strappare l’anima, non ci sono più centimetri da tenere a bada.

Le curve sono una danza da condurre senza bisogno di vederci chiaro, gli ostacoli sono dietro, mai davanti agli occhi del ragazzo che guida, mentre stringe tra le dita lo spinello passato dai compagni al suo fianco.

Tre giovani e una canna, l’impatto improvviso, un centro pieno, che fa accartocciare la macchina intorno al platano.

Non ci sono più risate, neppure lamenti, un silenzio di pietra, avvolge quell’ammasso di ferraglia.

In tre  sono saliti su quell’auto a correre in preda all’ansia di arrivare, dove?

Ne sono discesi due, per uno di loro non c’è più domani.

Forse quei tre ragazzi avrebbero rubato ugualmente la macchina, da qualche parte era già scritto l’incontro con la devianza, non è stata la droga a fare di loro dei piccoli criminali, forse però se non c’era quello spinello, non sarebbe venuta meno la capacità funzionale della testa e degli occhi, quell’alterazione fisiologica che modifica la percezione della realtà.

Forse quel botto non ci sarebbe stato, forse da quella macchina sarebbero scesi ancora in tre.

Pronunciare quel “FORSE” è già una buona cosa, una riflessione da svolgere con cura, nelle case, nelle scuole, in ogni angolo delle nostre città.

Vincenzo Andraous

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La droga causa disturbi sessuali nei maschi

28 Settembre 2009

Uno studio condotto in Veneto su oltre 2000 diciottenni maschi, ha messo in relazione l’uso di droghe con l’aumento del rischio di insorgenza di disturbi sessuali tra i giovani.
Nell’ambito di una ricerca guidata dal Professor Carlo Foresta, e realizzata presso il Centro di Crioconservazione dei gameti maschili dell’Azienda Ospedaliera di Padova, in collaborazione con la Provincia di Padova, sono emersi dati significativi circa gli effetti dell’uso di sostanze sull’attività sessuale dei giovani.
Nell’arco di quattro anni, sono stati intervistati attraverso la somministrazione di questionari anonimi, 2100 soggetti maschi delle scuole superiori di Padova e provincia. I giovani sono stati sottoposti anche a visita medica allo scopo di mettere in relazione il loro uso di droghe con la propria attività sessuale. Al contrario di quanto molti consumatori pensano circa l’aumento delle proprie prestazioni sessuali successive all’uso di sostanze, ben il 10% dei partecipanti all’indagine lamentava diversi disturbi di natura sessuale. Lo studio ha evidenziato dati allarmanti soprattutto in relazione all’uso di eroina, ecstasy e popper. Nello specifico, nei consumatori di eroina, è stato riscontrato un aumento di 23 volte del rischio di incorrere in disturbi della sessualità. Tale rischio è aumentato di 30 volte nel caso di consumo di ecstasy. In seguito ad uso di popper almeno una volta alla settimana, invece, è stato riscontrato addirittura un aumento di 122 volte del rischio di avere un orgasmo doloroso e di 25 volte quello di avere un orgasmo ritardato rispetto ai non consumatori.

fonte:  dronet.org

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I danni provocati dall’alcol al fegato

22 Settembre 2009

L’uso cronico di alcol provoca serie alterazioni al fegato, che dipendono dalla quantità di sostanza assunta. Un nuovo studio, ha dimostrato che la memoria delle cellule del fegato subisce modificazioni dell’espressione genica, che si traducono in disfunzioni epatiche.
Lo studio, realizzato da un gruppo di ricercatori dell’Harbor-UCLA Medical Center in California, ha effettuato degli esperimenti su ratti da laboratorio ai quali erano state somministrate diverse dosi di alcol per verificare la risposta del funzionamento epatico.
In un caso si riproduceva un episodio di ubriacatura con la somministrazione di una singola dose di alcol, mentre altri ratti venivano trattati con la somministrazione continuata per un mese. I campioni di fegato dei ratti esposti cronicamente all’alcol – situazione assimilabile ad un comportamento da alcolista – mostravano delle modifiche nell’espressione dei geni. Gli esperimenti evidenziavano una serie di alterazioni delle funzioni cellulari: il più significativo consisteva in una modificazione nei meccanismi epigenetici, ovvero quei fenomeni di trasformazione chimica dei geni che possono modificare il funzionamento del DNA.
I risultati dello studio dimostrano quindi che le cellule del fegato, esposte all’uso cronico di alcol, si modificano sviluppando una dipendenza dalla sostanza e continuano a funzionare in maniera anomala per un certo periodo di tempo, anche dopo l’astensione dall’uso.

fonte:  dronet.org

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“Il problema droga negli anni ‘80…”

19 Settembre 2009

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Nicotina e cervello: perché è difficile perdere il desiderio di fumare

14 Settembre 2009

Cosa rende difficile perdere il desiderio di fumare quando si è deciso di smettere? Una risposta viene fornita da uno studio condotto dai ricercatori del Baylor College of Medicine di Houston (Stati Uniti), supportato dal National Institute of Neurology Disorders and Stroke e dal National Institute of Drug Abuse (NIDA), in cui si evidenzia come il cervello sia in grado di memorizzare eventi e situazioni che rimandano all’uso della sostanza. Il cervello, infatti, è in grado di sviluppare associazioni anche molto forti tra l’ambiente che ci circonda e le azioni che vengono compiute al suo interno, agendo, con il rilascio di dopamina, sul sistema della gratificazione quando le azioni procurano un particolare benessere e individuando tali azioni, pertanto, come positive.
I ricercatori hanno spiegato questi meccanismi attraverso esperimenti condotti su animali i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Neuron. Alcuni topolini venivano lasciati liberi di muoversi in un ambiente costituito da due compartimenti: in un ambiente veniva somministrata loro nicotina, il principio attivo del tabacco, nell’altro una soluzione salina. I ricercatori hanno misurato anche il tempo che i topi trascorrevano spontaneamente nei due compartimenti, registrandone l’attività neuronale nell’ippocampo, zona del cervello dedicata alla memorizzazione di nuovi ricordi.
I risultati hanno mostrato che nei topolini in cui veniva somministrata nicotina, le connessioni cerebrali venivano rafforzate oltre duecento volte in più rispetto alla somministrazione di soluzione salina. In conseguenza di ciò, i topolini imparavano a trascorrere più tempo nel compartimento dove veniva somministrata nicotina. Secondo il Dr. Dani, responsabile dell’esperimento, la nicotina può rafforzare le connessioni sinaptiche neuronali, solamente dopo che il segnale dopaminergico è stato inviato dai centri della gratificazione. Questo risulta essere un processo critico nella creazione di memoria associata anche a cattivi comportamenti quali il fumare.

fonte: dronet.org

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Rave party e danza della sordità

10 Settembre 2009

Da più parti si vuole insinuare un dubbio: i giovani sono vuoti a perdere, inutile prendersela con la società, con la famiglia, con il mondo adulto, il problema sono loro.

Ogni volta che un adolescente inceppa il potente meccanismo sociale, c’è qualcuno che innalza bandiere “giustificanti”,per ribadire che la generazione precedente era migliore.

Con cappa e spada e qualche artificio clownesco portiamo in scena la rappresentazione più desueta  sulla vita, su come viverla al meglio, su come sopravviverle quando non è di nostro gradimento.

Nel frattempo si ripetono accadimenti poco edificanti, fatti che non posseggono alcuna attrattiva se non quella di seminare indifferenza per chi è piegato in due dalle proprie fragilità e dalle proprie rese.

Rave party e giovani alla spicciolata, un mondo capovolto, inverso, uno sparo diritto a ogni banale conformità, a ogni inconfessabile obbedienza, che pesa come un macigno, insopportabile da trascinare appresso.

Si muore nello sport, sul lavoro, sull’auto, al parco divertimenti, si muore nel rumore e nel silenzio, in modo consapevole e più impertinente verso la vita trasformata in una danza inarrestabile in onore della sordità, del rigetto, del disamore.

Si muore muovendo il corpo, ma non vedendo, non sentendo, non capendo più che c’è anche domani, si muore in gruppo, dentro il recinto, fuori da ogni reale condivisione, senza la pietà della compassione, privati di una mano amica a sorreggerti, accompagnarti, accoglierti.

Rave party e eutanasia, chi è morto dentro muore davvero, raduni organizzati illegalmente, folle della controcultura, masse della politica underground?  Ci si va per curiosità, per passioni incrociate che hanno l’esigenza di incontrarsi, di conoscersi, di fondersi?  Per ascoltare musica come forma di espressione futuribile, alfabeto e vocabolario  per parlare finalmente alla collettività? Un tempo sarà stato così, ora c’è solo un gran bisogno di “calare giù “, per ricominciare a sopravvivere.

Forse non è il caso di demonizzare un fenomeno giovanile, però occorre avere più attenzione sulle parole d’ordine, sulle immagini, che vorrebbero possedere carisma sufficiente per un  pensiero di socialità, di unità e libertà.

C’è qualcosa di ancora sconosciuto in un rave party,  in quei capannoni dimessi, nelle storie anonime dei macchinari in disuso, dal basso delle mura altissime di diffusori sonori, che sparano drumm, hard, techno, jungle?

Stigmatizzare e giudicare una moda non è sempre corretto,  forse c’è anche del buono da salvare, ma è necessario usare le parole con un linguaggio che non fa curve inesistenti, dichiarando che l’alcol, la droga, il sesso veloce, e qualche lama di coltello, non possono apparire come una periferia ambulante ove ognuno nel fine settimana può ritornare a “essere” qualcosa di non meglio definito.

Rave party è sgretolamento del concetto di libertà, rispetto a qualunque regola e convenzione,  non è accomunabile a una discoteca, non è la trasgressione a una accondiscendenza controllata, rave è altro, il rifiuto a ogni auspicata e non più rinviabile rinascita sociale.

Rinascita sociale di relazioni intelligenti, non perchè elitarie, ma perché sane e equilibrate, mai affidate a comportamenti che sbaragliano letteralmente la possibilità di continuare a crescere e migliorare insieme.

Vincenzo Andraous

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L’uso di tabacco aggrava la sclerosi multipla

8 Settembre 2009

Un recente studio pubblicato su Neurology, condotto dai ricercatori dell’Università di Buffalo (USA), ha mostrato che persone fumatrici affette da sclerosi multipla mostrano livelli di atrofia e danni ai tessuti cerebrali in misura maggiore rispetto ai non fumatori. In particolare, è stato mostrato che i soggetti che avevano fumato anche solo per sei mesi nel corso della propria vita, riportano un deperimento di tali tessuti maggiore rispetto a soggetti che non hanno mai fatto uso di tabacco. Secondo le scansioni di imaging a risonanza magnetica, i fumatori affetti da sclerosi multipla mostrano il 17% in più di lesioni cerebrali rispetto ai non fumatori, un volume cerebrale inferiore e una maggior disabilità fisica.

fonte: dronet.org

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Carcere e altre umane alternative

2 Settembre 2009

Il Carcere è nuovamente vicino al punto di rottura,  ogni volta che i riflettori si accendono sul penitenziario è per focalizzarne le brutture, le contorsioni, l’incapacità a piegare a una qualche utilità la pena, ciascuno a fornire un contributo serio per creare le basi di una funzione sociale condivisa, soprattutto a ribadire il corretto significato alle parole, alle norme, ai dettati costituzionali.

Il carcere è allo stremo, nei corridoi del dolore, le celle raccolgono i silenzi delle assenze  mal interpretate, i lamenti delle speranze usurate, dove al più è consentito di sopravvivere, ma non di imparare a rispettare la vita, perciò il prossimo: non c’è insegnamento a riesaminare il proprio vissuto, a mutare interiormente,  a scegliere se non esigere una nuova condotta sociale, con la quale ritornare a essere persone con un valore e un futuro da condividere insieme agli altri.

Sul carcere non ci sono più barzellette e raggiri intellettuali che tengono, sono andati al macero slogan e pubblicità irridenti la realtà, quella che scompagina verità e indicibilità, non sempre riconducibili alla disonestà del detenuto, a cui giustamente è richiesto di fare il primo passo verso una profonda riconciliazione verso se stesso e gli altri.

I reati diminuiscono ma gli ingressi in carcere aumentano, le carceri sono stracolme di umanità sconfitta e derelitta, soprattutto straniera, e non c’è respingimento che ottenga risultati,  così il penitenziario sprofonda in una terra di nessuno, dove l’omertà appare come un  chiacchiericcio  per mimetizzarne le ottusità, per non rimanere invischiati in quell’opera di demolizione delle speranze ridotte a bestemmie, a promontori della paura, a banali eventi critici, che però non danno preoccupazioni.

Carceri affollate e tagli di personale, carceri del dramma e dati forniti malamente, carceri della sofferenza ingabbiata, triturata, moltiplicata con scienza, perché il carcere deve emanare ribrezzo, terrore, paura, deve restare luogo di  punizione sorda e muta, dove si muore senza alcuna dignità riconosciuta, perché ritenuta blasfema, senza un obiettivo, una prospettiva, un futuro percorribile, dentro una solitudine e un abbandono che non sono casuali né accidentali, prescrizioni non scritte in alcuna norma o  legge, eppure vincolanti per tentare di sopravvivere  alla violenza che mina e scava un solco indelebile nel cuore di ogni uomo detenuto.

Bisogno di sicurezza non vuole dire massimizzare gli strumenti di castigo a discapito di quelli di risocializzazione, né approvare il suicidio indotto dalle patologie e dall’indifferenza, non è neppure abitudine alla anormalità carceraria, privilegiando l’invivibilità alla possibilità di una vita migliore per chi paga il proprio debito alla collettività.

Carcere e legalità, carcere e educazione, carcere e futuro che non c’è, mantenendo una sorta di  obbligatorietà a un tempo bloccato al reato-colpa, che non aiuta a fare passi in avanti, neppure nei riguardi di  quei famosi diritti umani di cui tanto si fa vanto.

Non siamo più capaci di guardare al carcere con onestà intellettuale, neanche al cospetto  della morte indifferente di tanti detenuti giovani e non, la ferità è lì, aperta, rischia l’infezione, perché la cecità delle coscienze non consente di ricercare concretamente altre vie, altre umane alternative.

Vincenzo Andraous

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La cannabis toglie piacere al sesso

31 Agosto 2009

La cannabis è la sostanza illegale più utilizzata al mondo ma, nonostante ciò, le disfunzioni sessuali che ne derivano sono ampiamente ignorate. Infatti, l’uso abituale di cannabis ha un forte impatto sulla salute sessuale degli utilizzatori, sia maschi che femmine.
L’indagine, condotta presso La Trobe University di Melbourne in Australia, ha coinvolto circa 8.700 persone di età compresa tra i 16-64 anni che sono state intervistate telefonicamente. I consumatori di cannabis rappresentano circa il 9% dell’intero campione; di questi l’1,5% ne fa un consumo giornaliero, un altro 1,5% un uso settimanale, il 5,8% un uso occasionale.
Lo studio, che verrà pubblicato sul numero di settembre del Journal of Sexual Medicine, ha evidenziato che l’uso quotidiano di cannabis è associato ad una probabilità doppia rispetto a chi non consuma di avere disfunzioni sessuali, e a tali conseguenze sono soggetti sia gli uomini che le donne. In particolare, le donne hanno una probabilità di contrarre malattie veneree sette volte superiore alle non utilizzatrici; questo effetto non si manifesta negli uomini che, tuttavia, hanno quattro volte più difficoltà a raggiungere l’orgasmo o hanno una probabilità due volte maggiore di raggiungerlo o con troppa fretta o con troppa lentezza.

fonte: dronet.org

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Prudenza…

28 Agosto 2009

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L’impresentabilità della compassione impotente

27 Agosto 2009

Nel centro di raccolta a Lampedusa non sono più rinchiusi uomini sfiniti dagli occhi spenti, né donne e bambini, le strutture sono vuote e silenziose, messe a tacere le polemiche, le proteste, le tante storture degli sbarchi del dolore, degli ammazzamenti in mare aperto moltiplicati all’infinito.

Un atto di giustizia per molti, di calcoli opportunistici per altri, in ogni caso non appaiono più all’orizzonte barconi di disperati, clandestini da mantenere, esclusi da contenere.

Per il cittadino inferocito dalle rinunce cui è costretto quotidianamente, non udire più “uomini in mare “,è quanto meno di grande sollievo, dopo anni trascorsi a sopportare l’intollerabile, gli accadimenti inqualificabili, fino a sentirci responsabili di tante tragedie perpetrate là dove lo sguardo è tentato a perdersi.

L’impresentabilità della compassione impotente è stata giustamente interrotta, a Lampedusa è ritornata la calma, ognuno al proprio ruolo, alla propria condizione, al proprio futuro di libertà, non c’è  più un solo riflettore, una telecamera, una spiaggia circoncisa dal pianto delle donne e dei bambini alla deriva, carne umana e commercianti di vuoti a perdere rimangono al di là degli occhi socchiusi.

Una battaglia di umanità nei riguardi di chi riusciva ad arrivare vivo, ma rimaneva in ginocchio, una battaglia di giustizia per chi è stato obbligato ad accettare una vera e propria invasione, costretto a reagire  riducendo  e indurendo la propria pietà e solidarietà.

Ora il punto è che fine fanno gli uomini rimandati indietro, i derelitti, gli ultimi, i neri e gli sconfitti mille volte, a quale destino forse peggiore sono accompagnati.

Questi quesiti non sono più percepiti come improcrastinabili, perché c’è l’esigenza di staccarsi da una reiterazione invasiva così dirompente, ora è il momento di pensare a essere finalmente più sicuri in casa propria, a fare quella sicurezza che forse è riuscita togliere dalle nostre rive, dai centri di permanenza, tanti uomini e donne stremati da una vita secolarmente nemica.

Forse l’unica via percorribile era, ed è, questo respingimento, forse abbiamo perso anche troppo tempo per questa necessità non più rinviabile.

Forse è così, ma ora occorre rifare il percorso a ritroso, andare a vedere, indagare, verificare, se magari si perpetuano ingiustizie anche peggiori di quelle da poco sanate nel nostro territorio, forse occorre ritornare a osservare al di là di quegli orizzonti, dove comunque stipuliamo accordi e interessi condivisi.

Forse ora che abbiamo risolto il nostro problema, può essere salutare quanto meno per il mantenimento di quei valori di riferimento alti, di quei principi morali che ci contraddistinguono, confermando che non sono prodotti da supermercato, né occasioni meritevoli del sangue degli altri.

Vincenzo Andraous

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Generazione baby boomers: preoccupa il crescente uso di droghe

24 Agosto 2009

Un fenomeno allarmante emerge da un recente studio condotto negli Stati Uniti: la generazione dei cosiddetti baby boomers (persone nate tra il 1946 e il 1964) continua ad utilizzare droghe nonostante l’età, aumentando la percentuale dei consumatori tra i cinquantenni. {more} L’indagine condotta dal SAMHSA evidenzia che l’uso di droghe tra adulti di 50-59 anni è quasi raddoppiato, passando dal 5,1% del 2002 al 9,4% del 2007, mentre le prevalenze d’uso nelle altre fasce d’età sono rimaste invariate.
L’indagine condotta tra il 2002-2007 ha esaminato dati relativi a circa 68.000 persone nate tra il 1943 e il 1962, o di età compresa tra i 50-59 anni, analizzandone le caratteristiche socio-anagrafiche, i fattori comportamentali associati al consumo di sostanze, il tipo di droghe utilizzate.
Il profilo del consumatore abituale, emerso dallo studio, ha le seguenti caratteristiche: maschio, celibe, uso precoce di sostanze, residente nelle regioni occidentali, basso livello di scolarizzazione e di reddito, disoccupato, consumatore di alcol e tabacco, con episodi depressivi nell’ultimo anno.
I risultati evidenziano un aumento dell’uso di droghe tra il 2002 e il 2007, in particolare tra i cinquantenni; quasi il 90% dei consumatori abituali ha iniziato ad utilizzare droghe prima dei 30 anni, e molti hanno proseguito l’uso negli anni. Il primo uso dopo i 50 anni, invece, rappresenta un evento piuttosto raro (meno del 3%). La sostanza maggiormente utilizzata risulta la cannabis (5,7%), seguita dall’uso di farmaci per scopi non terapeutici (4%).

fonte: dronte.org

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Ecstasy – Controindicazioni ed effetti avversi

18 Agosto 2009

L’MDMA causa un sensibile aumento della pressione sanguigna e dei battiti cardiaci, paragonabile, nella maggioranza dei soggetti ad uno sforzo fisico moderato. Per tale motivo e perché in molti soggetti si possono avere complicazioni cardiovascolari più gravi , la reazione a sostanze di questo tipo è assolutamente soggettiva e se ne sconsiglia l’uso a soggetti che soffrano di:

pressione alta
problemi cardiaci
problemi renali
problemi epatici

Le stesse raccomandazioni valgono per soggetti ipersensibili alle droghe, è consigliabile in ogni caso interrogare il proprio organismo prima di assumere qualsiasi sostanza “psicoattiva”.

Sono stati documentati casi di decesso legati al consumo dei MAO inibitori (una categoria di antidepressivi) associati all’assunzione di MDMA. E’ quindi fortemente sconsigliato il consumo a coloro che utilizzano questo tipo di antidepressivi. E’ bene consultare il proprio medico per sapere se gli antidepressivi somministrati appartengano alla categoria dei MAO inibitori. Inoltre è bene sapere che alcuni antidepressivi ( es. Prozac e Zoloft) possono inibire alcuni degli effetti dell’ MDMA.

L’ MDMA è ritenuta essere una droga abbastanza sicura, a condizione che si sia in contatto continuo con ciò che il nostro corpo ci sta dicendo. L’euforia indotta può spingere a non considerare segnali di stress fisico; è bene stare attenti a problemi come la disidratazione ( bere molta acqua e succhi di frutta), crampi muscolari, capogiri, esaurimenti fisici o sovraffaticamento. Molta documentazione proveniente dall’Inghilterra riporta casi di ravers che hanno ballato fino alla completa disidratazione e sfinimento tali da rendere necessaria l’ospedalizzazione, portando in alcuni casi alla morte.

Le complicazioni segnalate nell’uomo in seguito all’assunzione di ecstasy riguardano tutto sommato un numero esiguo di persone rispetto al gran numero di utilizzatori. Sulla base dei casi riportati in letteratura si tengono distinte le complicanze sistemiche acute dagli effetti neuropsichiatrici indesiderati subacuti e cronici. Le prime costituiscono la temibile sindrome da intossicazione acuta, che può manifestarsi non solo alla prima assunzione ma anche in consumatori abituali. Il quadro clinico è caratterizzato da irrequietezza, confusione mentale, alterazione della coscienza, iperriflessia, mioclono, convulsioni, pallore cutaneo, piloerezione, midriasi, secchezza alle fauci e sintomi gastro-intestinali tipo nausea e diarrea. Nei casi più gravi si osserva rabdomiolisi con mioglobinuria, insufficienza renale acuta (IRA), coagulazione intravascolare disseminata (CID) ed ipertermia la cui insorgenza è favorita non solo dalla sostanza ma anche dall’attività fisica prolungata (il ballo) in ambienti sovraffollati, caldo-umidi e con ventilazione insufficiente. Frequenza cardiaca e pressione arteriosa sono elevate, e possono presentarsi severe aritmie con ipotensione fino allo shock. Per molti di questi effetti manca una chiara correlazione con la dose di sostanza assunta. L’epatotossicità, sporadicamente segnalata, è attribuibile più a contaminanti ed impurità, presenti nelle preparazioni da strada, che non propriamente al principio attivo, anche se ipertermia e CID possono correlarsi con compromissione epatica.

La prognosi sembra legata alla rapidità del controllo dell’ipertermia ed il trattamento deve essere posto in atto entro le prime ore dopo l’assunzione; esso è finalizzato al mantenimento delle funzioni vitali ed al controllo della sintomatologia. La gastrolusi, seguita dalla somministrazione di carbone attivo, è efficace solo se tempestiva.
L’MDMA sembra provocare il rilascio di ormone antidiuretico (ADH) e la contrazione della diuresi, accompagnata dalla tendenza compulsiva a bere liquidi, può contribuire alla comparsa di edema cerebrale.

Le bevande isotoniche ed i fluidi salini riducono il rischio di eccessivo assorbimento cellulare di acqua e favoriscono il ripristino dell’equilibrio idroelettrolitico.

E’ sconsigliabile incrementare la velocità di eliminazione renale della sostanza mediante diuresi forzata acida. L’eccessiva contrattilità muscolare con distruzione delle miofibre potrebbe essere una delle cause dell’ipertermia e l’acidificazione delle urine in presenza di mioglobinuria favorisce l’insufficienza renale. Per il controllo dell’ipertermia il dantrolene, calcioantagonista ad azione squisitamente periferica, si è rivelato efficace in molti casi ma almeno in prima battuta sono preferibili i tradizionali mezzi fisici. Non devono invece essere somministrati salicilati antipiretici che possono aggravare l’ipertermia. Sono utili anticonvulsivi e sedativi, preferendo le benzodiazepine (BDZ) ai neurolettici considerato il rischio di sindrome maligna. Superate le prime 72 ore dall’episodio acuto, qualora permangano sintomi premonitori degli effetti neuropsichiatrici subacuti, può essere indicato favorire la trasmissione serotoninergica mediante gli inibitori della ricaptazione di 5HT (SSRI). Gli effetti subacuti, la cui durata deve per definizione essere inferiore ad un mese, sono insonnia, sonnolenza, anoressia, depressione, ansia ed irritabilità. Verosimilmente questi disturbi dipendono dalla diminuzione di TPH e quindi di 5HT e dalla ricaptazione di DA nelle cellule presinaptiche dove essa agirebbe come neurotossina. Sulla base dell’evidenza sperimentale sembrerebbe opportuno utilizzare gli SSRI per diminuire la ricaptazione della DA ed evitare nel contempo la caduta improvvisa della concentrazione di 5HT nello spazio intersinaptico, finché non si ripristinino i livelli normali di TPH. La moderata e temporanea somministrazione di BDZ trova indicazione per il trattamento sintomatico della maggior parte degli altri sintomi che caratterizzano la tossicità sabacuta.
Non di rado in soggetti con anamnesi positiva per uso di ecstasy si riscontrano crisi ricorrenti di panico, “flashback”, turbe della memoria, difficoltà di concentrazione e di apprendimento, depressione. Attualmente è possibile formulare ipotesi di trattamento più che offrire un efficace arsenale terapeutico ma la fluoxetina somministrata a dosaggi elevati e per lunghi periodi si è dimostrata in molti casi capace di contenere queste manifestazioni neuropsichiatriche indesiderate. In relazione alla sintomatologia presentata, molti altri farmaci possono essere vantaggiosamente impiegati secondo le loro classiche indicazioni.

Sovradosaggi

Un sovradosaggio di MDMA è caratterizzato da tachicardia, aumento della pressione sanguigna, svenimenti, crampi muscolari e/o attacchi di panico. Se vi imbattete in uno di questi sintomi, sedetevi, riposatevi, bevetevi un succo di frutta, dell’acqua o una bevanda ricca di sali minerali tipo Gatorade. Nel caso i sintomi non scompaiano e sopraggiungano inoltre perdita di coscienza e disturbi visivi è bene ricorrere al più presto all’aiuto medico.

Esiste una risposta differenziata degli effetti della  somministrazione dell’ MDMA :

a) immediatamente dopo l’assunzione, vi è un rilascio estensivo di serotonina (5 – HT ) dalle vescicole presinaptiche: ciò dura per 3 – 6 ore dopo l’assunzione. In seguito vi è un esaurimento della 5 – HT ed un suo ripristino dopo 24 ore;

b) se il dosaggio acuto è troppo elevato o vi è frequente somministrazione di dosi più piccole, si osserva l’ insorgenza della fase di neurotossicità, che ha inizio 36 ore dopo e ha il picco massimo di intensità la settima giornata dall’ assunzione. In questa seconda fase, si nota una diminuzione dei siti di reuptake della 5 – HT, che indica un danno serotoninergico.

Nell’ insorgenza della neurotossicità, è determinante (ma non è chiaro il perchè) il ruolo svolto dalla Dopamina, il cui rilascio acuto è anch’esso determinato dall’MDMA.

Non è chiaro (nei roditori, in cui questi studi sono stati effettuati ) se vi sia rigenerazione degli assoni che sono stati precedentemente danneggiati o se il danno sia invece permanente.

I primati sono invece molto più sensibili, rispetto ai mammiferi inferiori, agli effetti neurotossici dell’ MDMA: è stata dimostrata ( in pazienti che avevano consumato cronicamente MDMA fino a 12 mesi prima) una diminuzione di funzionalità del sistema serotoninergico.

E’ possibile pensare che con dosi “a rischio” di ecstasy la neurotossicità non sia sempre evidente, dal punto di vista comportamentale semplicemente perchè vi è ridondanza, nel sistema nervoso centrale (SNC) , di sistemi neuronali che controllano le funzioni principali dell’organismo; la 5 – HT sembra comunque essere molto importante soprattutto per la regolazione del tono dell’umore e del comportamento alimentare.

fonte:  salus.it

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30.000

15 Agosto 2009

Nel momento in cui sto scrivendo questo post il mio blog ha da poco superato le 30.000 visite: un bel traguardo, e di questo se ne sono profondamente contento; il blog è nato il 27 settembre del 2008 con l’unico scopo di informare gli utenti del variegato mondo di internet dei rischi cui può indurre l’uso di sostanze stupefacenti ed affini. Spero di essere stato utile fino a questo momento con i 178 articoli finora inseriti e di esserlo ancora di più in seguito. Grazie a tutti. Luca