non so se la sospensione sarà temporanea o definitiva, comunque per adesso il blog non verrà aggiornato ma tutto il materiale pubblicato potrà continuare ad essere consultato…ho trasferito i miei sforzi su un altro progetto che troverete a questo indirizzo

http://credevopeggio.blogspot.com/

a presto…

non so se la sospensione sarà temporanea o definitiva, comunque per adesso il blog non verrà aggiornato ma tutto il materiale pubblicato potrà continuare ad essere consultato…ho trasferito i miei sforzi su un altro progetto che troverete a questo indirizzo

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a presto…

Sono stato invitato a presentare un libro scritto da alcuni detenuti e redatto da due docenti dell’Istituto Superiore Volta con sede nella casa Circondariale di Pavia.

Con molto entusiasmo mi sono recato sulla prestigiosa casa galleggiante dell’Associazione Vogatori pavesi, adagiata sul letto del fiume Ticino.

“Evasioni Letterarie, pagine nate nella notte, dentro un carcere”, edito da O.M.P. è un bel volume davvero, a partire dalla prefazione di Mino Milani, elogio alla semplicità, alla normalità, alla possibilità di dire sottovoce i significati delle parole, i contenuti del cuore, che spesso crocifiggiamo a luoghi comuni, stereotipi, chiacchiericci, per non dare voce alla coscienza che bussa e non la smette.

Un libro che non  causa alcun danno collaterale, si nota subito la mano di bravi architetti, che hanno saputo mettere insieme differenze, diversità, bisogni, desideri, ma con garbo e intelligenza sono riusciti a dare ritmo a una danza che ha coinvolto dapprima gli autori, come ora accade ai lettori.

Io, che di carcere ho una lunghissima conoscenza, qualche libro l’ho letto, e qualcuno l’ho pure scritto, so che c’è sempre il pericolo di scadere in una autorappresentazione, in una arrampicata al delirio di onnipotenza, oppure  in una discesa al delirio di commiserazione, e non so quale delle due condizioni sia peggiore.

In queste pagine tutto ciò non ha contaminato una sola riga, anzi emerge il coraggio dell’uomo capace di essere forte al punto giusto per riuscire a chiedere aiuto, per tentare di alzarsi e riconquistare la propria dignità, mantenerla e custodirla.

Questo libro è importante proprio perché sottolinea il valore della dignità, ritrovata nella consapevolezza che per arrivarci occorre partire dal rispetto di una doverosa esigenza di giustizia da parte di chi il male l’ha ricevuto, da qui  la scoperta  e la necessità di nuove opportunità di riscatto, di quella nuova punteggiatura che traspare da queste storie.

Una riga dopo l’altra nella verità che assale l’uomo, la persona, una verità che fa bene a chi sconta la propria pena e allo spazio in cui è detenuto il dolore e la sofferenza, perchè in una cella non esistono eroi, né personaggi vincenti, al contrario sopravvivono solamente uomini sconfitti.

“Evasioni Letterarie” non parla solamente di un dolore insonorizzato, l’uomo recluso racconta, si racconta, ci racconta, e la storia altro non è se non il testimone responsabile a metterci sull’avviso di come l’errore e la cecità più ottusa, rimangono in agguato dietro l’angolo, all’imbocco del vicolo cieco.

Queste pagine accorciano le distanze dal nodo slegato, da quell’opposizione polare dove non c’è arrivabilità né abitabilità tra opposto e contrario, invece è possibile trasformare, modificare, cambiare a inverso diritto l’im/possibile, l’in/cancellabile, l’im/perdonabile.

Rammento un altro libro dal titolo emblematico “Riconciliazione o vendetta”, opposti sideralmente distanti, da una parte il tentativo di rimettere insieme qualcosa che è andato in frantumi, facendolo su basi differenti, dall’altra il prezzo da offrire per un riscatto.

Due contrari apparentemente inconciliabili, che però necessitano di un equilibrio, e l’autore di quel volume lo ha ben ha definito: equilibrio della rendicontazione, nei 35 anni di carcere scontati, nel dare un senso a ciò che ancora rimane, per tentare di ritrovare e ricostruire se stessi.

In questo contenitore di esperienze ben accompagnate dalle parole più semplici, è possibile osservare il passato che legge alle spalle di questi uomini-autori, obbligandoli a ripercorrere i detriti, le macerie, una sorta di umile dignità nel fuoriuscire dal convenzionale che definisce il diverso, in questo caso il detenuto, ricercando nel valore del rispetto la meta da raggiungere, quale prima forma educativa dell’essere umano, per quella auspicata ricomposizione di ogni frattura sociale.

Rispetto che non potrà mai essere insegnato attraverso un gessetto e una lavagna, una nozione elargita dal più bravo docente, o dal tormento di una cella e dall’isolamento, ci aiutano in questo impegno le persone che hanno sbagliato ma stanno tentando di riparare, ribadendo che il rispetto si apprende con l’esempio di riferimenti autorevoli, che non hanno paura di sporcarsi le mani per sradicarci dal baratro in cui siamo caduti, dalla fossa che spesso costruiamo a nostra misura.

Vincenzo Andraous

Il fumo di cannabis altera la composizione genica del DNA aumentando il rischio di cancro. La dimostrazione della tossicità di questa sostanza giunge dai ricercatori del Department of Cancer Studies and Molecular Medicine dell’Università di Leicester (Regno Unito), che grazie a sofisticate metodiche analitiche che combinano metodi di cromatografia liquida e spettrometria di massa, sono riusciti a individuare le alterazioni del DNA provocate dal fumo di cannabis.
Mentre è stato dimostrato che le sostanze tossiche sviluppate dal fumo di tabacco possono danneggiare il DNA e aumentare il rischio di sviluppare cancro ai polmoni, sinora non sussistevano prove evidenti degli effetti del fumo di cannabis e, in particolare, della tossicità dell’acetaldeide presente sia nel tabacco che nella marijuana.
Lo studio, pubblicato su Chemical Research in Toxicology, ha dimostrato che il fumo di cannabis comporta significative implicazioni per la salute, soprattutto perché i consumatori tendono ad inalare il fumo in maniera più profonda rispetto ai fumatori di tabacco, aumentando i danni a carico del sistema respiratorio. Il danno provocato alle mucose bronchiali da 3 – 4 spinelli al giorno corrisponde a quello derivante da 20 o più sigarette al giorno. Infatti il fumo di cannabis, a causa di più bassi livelli di combustione, contiene il 50% in più di sostanze cancerogene rispetto al tabacco. I risultati dello studio, concludono i ricercatori, forniscono evidenze circa il danno potenziale del fumo di cannabis sul Dna e del fatto che il consumo di sigarette di marijuana è pericoloso per la salute poiché potrebbe innescare lo sviluppo di tumori.

fonte: dronet.org

EFFETTI DELLA COCAINA:
Devi sapere che gli effetti della droga si verificano più o meno rapidamente (e dipendono dalla modalità di assunzione, in ordine di velocità: iniezione endovenosa, fumandola, inalazione per via nasale, masticazione delle foglie) e consistono principalmente in:

EFFETTI PSICOTROPI:

  • Distorsione cognitiva e delle capacità recettive
  • Sensazione di aumento delle percezioni
  • Attenuazione della reattività fisica e mentale
  • Riduzione del senso di fatica
  • Alterazione del sonno e della sensazione di fame e sazietà
  • Senso di euforia

le funzioni di un cervello ,normali ,dopo 10 giorni dall'assunzione,dopo 100 giorni dall'assunzione

nella foto si puo notare come dieci 10 giorni dopo l’assunzione di cocaina l’attivita cerebrale (in bianco) sia ridottissima e dopo 100 giorni è ancora in fase di ripristino.

EFFETTI FISIOLOGICI:

  • aumento della frequenza cardiaca
  • aumento della contrattilità del ventricolo sinistro
  • aumento della pressione arteriosa
  • iper-produzione di adrenalina
  • diminuzione della produzione di ossido nitrico
  • aumento dell’aggregabilità piastrinica nel sangue
  • accelerazione del processo aterosclerotico.

Tutto ciò và incontro a rischi considerevoli di trombosi, infarto miocardico e danni permanenti al sistema cardio vascolare.

EFFETTI A LUNGO TERMINE:

  • Depressione, ansia, irritabilità, paranoia, insonnia e psicosi
  • perdita di peso
  • distruzione del sistema immunitario
  • rottura del setto nasale in caso di assunzione reiterata per via intranasale

OVERDOSE:

  • Agitazione, ostilità, allucinazioni, convulsioni, ipertermia, infarto, paralisi muscolare e della respirazione, morte.

Inoltre devi sapere ed importante sfatare il mito secondo cui la cocaina non dà assuefazione, La Cocaina genera assuefazione !! con successivo shock anafilattico che nei casi più gravi conduce alla morte.

fonte: cocaina.cc

Gli infortuni sul lavoro rappresentano un serio problema di salute pubblica, causa di morbilità e mortalità. Nel 2005, solo negli Stati Uniti, i datori di lavoro del settore privato hanno riferito 1,2 milioni di casi di infortuni e di malattia, pari a 135,7 lavoratori infortunati ogni 10mila (a tempo pieno e di 15 anni e più), a cui corrispondono giorni di assenza dal luogo di lavoro e mancata produttività. Negli Stati Uniti i costi degli infortuni e della malattia sul lavoro annualmente supera il miliardo di dollari comportando costi diretti ed indiretti sostenuti dai lavoratori coinvolti e dalle loro famiglie, dagli altri lavoratori attraverso salari più bassi, dalle aziende a causa di profitti più bassi e dai consumatori attraverso prezzi dei prodotti più alti.
Il RAND Center for Health and Safety in the Workplace, un centro di ricerca americano che si occupa di migliorare la sicurezza sul lavoro e di tutelare la salute dei lavoratori, ha condotto un’indagine sull’associazione tra incidenti sul lavoro e uso di sostanze stupefacenti che descrive le dimensioni del fenomeno in questo paese (The Effects of Substance Use on Workplace Injuries). Il manuale propone una rassegna dei più recenti studi e delle evidenze scientifiche emerse che documentano la relazione tra uso di droghe e incidenti sul lavoro, evidenziandone i punti di forza ma anche i limiti. Vengono inoltre analizzate le politiche messe in atto per affrontare il fenomeno, ipotizzando le ragioni per cui alcuni provvedimenti hanno efficacia ed altri meno.
Secondo le indagini nazionali sull’uso di droghe, circa il 9% dei lavoratori a tempo pieno di 18 – 64 anni incontra i criteri per uso pesante di alcol, e un altro 9% incontra i criteri di dipendenza da alcol; l’8% riferisce l’utilizzo di droghe nell’ultimo mese e il 3% incontra i criteri di dipendenza da droghe. Sebbene la relazione tra infortuni sul lavoro e uso di droghe sia stata considerata apparentemente ovvia, i ricercatori spesso incontrano difficoltà nel quantificare tale associazione, soprattutto a causa della complessità metodologica della raccolta dati. Tuttavia l’interesse e l’attenzione crescente da parte dei politici hanno condotto alla realizzazione di programmi e interventi, come il drug test sul luogo di lavoro, volti a ridurre e limitare questo fenomeno.

fonte: dronet.org

Ricordandomi di avere fatto parte di un gruppo teatrale carcerario,  mi viene da dire che a volte il teatro entra in carcere esclusivamente per intrattenere e divertire, infatti molti spettacoli hanno avuto come unico obiettivo il gioco, l’animazione, senza che fosse richiesta alcuna professionalità, o vi fosse interesse ad ottenerla.

Il carcere può essere visto come un laboratorio  in cui gli attori, in quanto dilettanti, risultano capaci di esprimere un’autenticità raramente rinvenibile in un professionista, una spontaneità e un’immediatezza che si fa evidente nei lapsus, negli scherzi, negli approcci.

La stessa genuinità che possiede probabilmente qualunque uomo della strada, dal momento in cui si trasforma in attore.

Il detenuto infatti anche se recita”dentro”, è il frutto di un “fuori”, che non può essere dissolto solo perché segregato e nascosto.

L’uomo della strada e l’uomo privato della libertà che si trasformano in attori non professionisti sono però divisi da una condizione imprescindibile: la reclusione.

La differenza diventa la forza e la magia del teatro in carcere, e si manifesta nel carico di “energie” che viene riversato sulla scena, un condensato di sofferenza e frustrazione, forzatamente compresso e coattato.

Per cui è possibile servire al teatro in quanto portatori di una umanità modificata dalla restrizione, che ricerca ed esalta le differenze, esprimendo, attraverso il lavoro una potenza drammatica maggiore.

Recitare un testo teatrale offre un doppio sostegno a chi è in una cella a scontare la propria pena, permette il libero flusso di emozioni e sentimenti rimossi e repressi dalla contenzione carceraria e spinge alla cooperazione, alla solidarietà, allo scambio con gli altri.

La memoria e il dialogo sono tra i pochi mezzi efficaci per resistere alla quotidiana e progressiva corrosione di sé.

Qualsiasi rappresentazione teatrale migliora gli uomini e la dimensione in cui vivono, operando con modalità opposte dove è contenuta, collettive anziché individualizzatrici, coinvolgenti anziché segreganti, portatrici di arricchimento affettivo e artistico, anziché di coazione a ripetere.

Fare teatro può significare che l’uomo della pena riscatti temporaneamente  il suo “involontario” isolamento, smettendo di mimetizzarsi, iniziando a narrare, a narrarsi.

Ma forse è anche il caso di chiederci oltre a quale  significato dare al  teatro in carcere, se l’ impossibilità a ristrutturare le fondamenta di questa istituzione, è confermata attraverso l’impegno teatrale o le buone intenzioni di qualche operatore o di un paio di direttori.

Alla domanda iniziale mi viene da rispondere che fare teatro in carcere consente di  vedere la differenza tra significato e funzione,  affinché non sia visto in termini di efficienza, di servizio utile in quanto terapeutico, pedagogico, ricreativo…ma tale in quanto terapia, pedagogia, ricreazione sono in sé valori del teatro.

Per buon ultimo, fare teatro in carcere non vuol dire creare false illusioni, l’uso di fantasticherie e sogni per evadere in altri spazi e in altri tempi, o in altri corpi, come può farci rammentare il falso benessere suscitato dalle droghe, tutte.

Come qualcuno ci ha lasciato detto ” fare teatro in carcere riesce ad avere senso soltanto quando il teatro stesso se ne avvantaggia: non quando resta prigioniero”.

fonte:  Vincenzo Andraous

Saggi e profani insistono a dire che la televisione trasforma gli adolescenti in barbari.  Penso invece che la televisione o meglio, le televisioni, non scopriamo l’acqua calda, contengono messaggi sub-liminali ormai ben noti, input “estremi” per raccogliere guadagni…e poco contano i limiti imposti dalle regole, o il bon-ton richiesto dal vivere civile.

Questo andazzo, non autorizza a pensare che ciò induca una ipnosi collettiva, la  deriva che un po’ tutti affrontiamo in questo presente, è sul serio un cataclisma che ferisce, soprattutto i più giovani, coloro che non sono in possesso di strumenti difensivi.  In particolare coloro che ancora non hanno sviluppato capacità critiche. Di certo la televisione non è il nostro genitore, neppure il nostro educatore, ancor meno il nostro compagno di viaggio. Per cui affermare che: “la vita mi è passata davanti, e non me ne sono accorto”, perché la televisione mi ha condizionato, o peggio ipnotizzato, è davvero una mera giustificazione.

La televisione è l’imputata? La corte che giudica saremmo noi? Coloro che non hanno tempo neppure per fare l’amore? Per una carezza? Per una preghiera? Mi viene da pensare che la liceità di una accusa così qualunquista al tubo catodico, sia espressa per colmare e riempire quei vuoti e lacune, più volte sottolineati, ma comodamente licenziati.

La verità, una delle tante e troppe verità, è che siamo noi ad aver creato tanti bambini spot!!!

Perché non ammettere che quando cominciano i compromessi con le proprie responsabilità di genitori, di educatori, di accompagnatori, si è destinati a una proiezione virtuale, che indica nei ragazzi una imbecillità non loro, ma piuttosto nostra.

La televisione non è il fine che compie il percorso della nostra vita, è solo un mezzo per informarci e intrattenerci; per un tempo necessario, e non per intero.

Dovremmo fare nostra la filosofia di S. Agostino, indipendentemente dalla fede che ognuno professa. Filosofia del dialogo e della relazione improntata a ribadire il valore della memoria, dell’intelletto, della volontà, per aiutarci a comprendere i segni di un disagio che è sempre più relazionale. Per non inciampare nella vulnerabilità delle giustificazioni, nelle incredulità costruite, nelle inadeguatezze improvvise.

È una filosofia che potrebbe allontanare il pericolo incombente dell’inabitabilità dell’uomo con se stesso e con gli altri, figuriamoci in una pseudo convivenza mediatica.

Condannare alla reclusione a vita la televisione non è il vero obiettivo, forse affidarci a risposte più sfumate non significa andare incontro a conclusioni errate, ma a un giudizio meno approssimativo.

Esistono geometrie che non conosciamo, incertezze, solo i comandamenti sono certi, indiscutibili.

In conclusione siamo dentro fino al collo nell’era delle comunicazioni istantanee, stiamo diventando tutti navigatori-esploratori del multimediale.

Proprio per questo sarebbe bene tendere a fare gli entronauti di noi stessi quanto meno per ascoltare-guardare   con orecchi-sguardi nuovi i tanti figli, al palo, in attesa.

Vincenzo Andraous

Gli incontri con le classi di una scuola media secondaria sono terminati, anche quelli  con  i genitori e gli operatori, per tirare le somme, per tentare un bilancio sulla ricaduta avuta sui ragazzi, per prevenire gli atteggiamenti bullistici ed aiutarli ad entrare in possesso degli strumenti necessari a non  risultare vittime né  complici.

Non è semplice disegnare una linea di confine netta, tra ciò che è una responsabilità imprescindibile nell’esser genitori, e una collettività sclerotizzata dai miti mediatici, dai maledetti per vocazione.

Eppure rimanere alla finestra, abbarbicati a una linea mediana sonnolenta, a un trespolo di cera vicino a un fuoco che divampa, equivale a cadere a nostra volta, e,  come ci ha detto qualcuno, “ chi rimane accomodato alla balconata a osservare indifferente, non è un individuo innocuo, ma una persona inutile”.

Forse nei riguardi dei più giovani, non si è solamente inutili, ma anche esempi pericolosamente induttivi a sgretolare il valore della solidarietà e autorevolezza.

Atti preventivi in azioni secondo coscienza, stili educativi e comportamenti equilibrati, per arginare nei giovanissimi gli atteggiamenti prevaricanti, violenti, dentro le classi a studiare metodi e dinamiche affinché nessuno rimanga isolato, ma spesso si mette in fuori gioco il disagio dei minori.

Da una parte si invoca l’isola felice del proprio angolino ben gestito, dall’altra si tenta di inquadrare il bullismo e il disagio relazionale degli adolescenti, la loro maleducazione e trasgressione, con la violenza, la devianza, il conflitto stesso.

Ma questa operazione confonde la pratica della violenza che elargisce sofferenza e tragedie, con la dinamica del conflitto che invece va a monte del problema, senza per questo cancellare le persone.

Per l’ennesima volta al bullo, alla vittima, ai complici caduti nella rete omertosa, rispondiamo    con una difesa a oltranza delle nostre casate, dei nostri confini, come a voler sottolineare che non c’è nulla da sapere che già non sappiamo, tranne che arrabbiarci a nostra volta se veniamo additati tra gli imputati, tra quanti alimentano questo fenomeno con la loro irrappresentabilità  educativa.

Un grande amico e pedagogista nell’incontrare il mondo dei cosiddetti grandi, per un momento ha lasciato da parte gli accessi scientifici alla ragione, consigliando ad ognuno di ritrovare l’umiltà necessaria per affinare la “pedagogia   della nonna”, quella pratica unica e insostituibile tutta dentro il concetto del “buon esempio”, del non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te, del fare bene o al meglio delle tue capacità, se pretendi che faccia altrettanto anche tuo figlio.

Essere genitore significa conoscere il proprio figlio, essendo presenti, disponibili, non abituandoci e non abituandolo a NON creare mai problemi, ma a ricevere un amore speciale, dunque a essere entrambi degni di stima, affinché non esistano abissi insondabili, dialettiche cifrate, parole non più leggibili, causate dal desiderio di avere tutto “misurato” al nostro sentimento, rischiando così di non considerare gli avvenimenti fuori dalla nostra ottica, riducendo la distanza dai giochi più feroci, dove quasi sempre è il più giovane a perdere la partita più importante.

Vincenzo Andraous

L’uso ripetuto di droghe, ad esempio cocaina, provoca cambiamenti permanenti che coinvolgono numerose aree cerebrali come quelle della motivazione e della gratificazione, ma i meccanismi che mantengono queste modificazioni sono ancora sconosciuti.
Tuttavia, un nuovo studio pubblicato su Neuron getta luce su questo processo e, nello specifico, sugli effetti della cocaina sulla struttura e sulla funzione del genoma, il “libretto di istruzioni” contenente l’informazione necessaria perché sia costituito l’intero organismo umano.
I ricercatori coordinati da Eric Nestler, del Mount Sinai School of Medicine di New York, hanno utilizzato potenti tecniche avanzate di analisi molecolare per osservare i cambiamenti genici prodotti dalla cocaina in topi di laboratorio. Tali cambiamenti alterano alcune proteine (istoni) e i fattori di trascrizione, che si legano al DNA e regolano il processo attraverso il quale le informazioni geniche in un’elica del DNA vengono lette per generare una sequenza complementare di RNA e per la costruzione delle proteine.
“Le scoperte di questo studio permettono di comprendere esattamente, per la prima volta, come la cocaina modifichi l’attività genica delle regioni cerebrali che mediano il sistema della gratificazione” ha commentato Nora Volkow, “identificando una nuova tipologia di geni che svolgerebbero un ruolo chiave nella risposta cerebrale alla cocaina. Questi geni offrono nuove prospettive per lo sviluppo di nuovi trattamenti terapeutici per la dipendenza da cocaina”.

fonte: dronet.org

Il convegno organizzato dall’agenzia europea per le droghe a Lisbona, in occasione del quindicesimo anno di attività dell’Osservatorio Europeo sulle Droghe e sulle Tossicodipendenze, ha trattato la necessità di “Identificare i bisogni informativi europei per politiche efficaci in materia di sostanze stupefacenti”.
Gli esperti hanno discusso le implicazioni a livello politico e sanitario derivanti dalle nuove sostanze stupefacenti (ne sono state individuate più di 90 a partire dal 1997) segnalate dall’OEDT e dall’Europol attraverso il sistema europeo di allerta sulle droghe, dedicando particolare attenzione alla “spice”, una miscela di piante ed erbe individuata recentemente e posta sotto controllo.
L’utilizzo di internet diventa una risorsa non solo per lo scambio di informazioni nell’ambito della salute pubblica, ma anche nell’ambito dei percorsi di trattamento e cura specifici per i giovani. Questo approccio innovativo tramite internet ha l’obiettivo, infatti, di contattare precocemente i giovani utilizzatori di droga, che potrebbero sentirsi a disagio presso i tradizionali servizi per le tossicodipendenze e di conseguenza potrebbero rimandare la richiesta di aiuto, e di raggiungere i giovani con problemi di droga che vivono in aree rurali.
Nuove scoperte scientifiche nel campo della biomedicina e della ricerca genetica permettono di capire i meccanismi alla base dell’uso di droga e della tossicodipendenza, portando allo sviluppo di nuovi approcci nel trattamento delle dipendenze.
Il direttore dell’OEDT Wolfgang Götz, a conclusione dei lavori ha commentato: ”L’Europa è un formidabile laboratorio di idee ed esperienze, una straordinaria miniera di persone e talenti. Questo convegno ci ha permesso di individuare i progressi fatti, ma anche le sfide che si profilano davanti a noi, rappresentando una pietra miliare nei processi di controllo e contrasto in materia di droga”.

fonte: dronet.org

Un amico sacerdote mi ha ricordato con una preghiera, e immediatamente mi sono sentito meglio: quando qualcuno accompagna me e la mia famiglia con un abbraccio fraterno, dentro me qualcosa si muove, si accalora, si divincola dalla mia insensibilità mutante.

Qualcuno prega per me e lo fa senza scalpiccio di parole, né palcoscenico di ritorno, lo fa così come ne è capace, con la dolcezza di una preghiera.

E’ una verità che moltiplica la mia curiosità, la mia meraviglia, e mi fa diventare audace perfino nel chiedermi se sono capace di pregare, se riesco a farlo perché ne sento il morso che mi avverte della mia poca capacità alla fatica verso me stesso e gli altri, oppure è solamente un momento di calma piatta per non soccombere allo stress.

Pagine di sussurri e grida, volumi e autori di fede, silenzi che parlano messi da parte in attesa di un sussulto, di una domanda che spinge e esige una risposta, anche solo una parola che sollecita un sollievo a non esser più soli, ma insieme agli altri, a quelli che caparbiamente seguono orme digitali che non è facile vedere, forse solamente udire, un richiamo che accompagna il cuore dove le bramosie smodate, l’odio cieco, le intolleranze più rigide, hanno esigenza di essere messe pancia a terra, nei luoghi della riflessione e del rinnovamento.

Il mio amico don mi ha spedito in un messaggino la sua preghiera, nessun vociare o gran parlare, pochi segni per sentirmi meglio, un po’ meno avanti rispetto alla realtà quella vera, un po’ meno indietro rispetto alla verità che non è possibile barare.

Una preghiera semplice, comprensibile alla testa come al cuore, affinché abbia occhi e sguardi nuovi per applicarmi, impegnarmi, nella fatica che occorre per favorire nuovi cambiamenti.

Una preghiera con le labbra ferme, con energia psichica in movimento, che incontra le altre parti, quelle logorate, dimenticate, una preghiera che bisogna fare circolare, sconvolgendo le linee di confine,  opponendo ai divieti dell’egoismo e dei giudizi arbitrari, la consapevolezza che non è importante vivere di rendita, sugli allori delle medaglie ottenute, bensì vivere in modo dignitoso, costruttivo, anche quando i detriti del passato rimangono a destare la coscienza.

Non è certo la verità a creare problemi, la si cerca e ricerca partecipando con un dubbio, con una certezza, attraverso una sensibilità differente, guardando noi stessi riflessi in quella Croce, in quell’Uomo, in quella bocca chiusa, in quella voce che non fa rumore, ma si sente, dentro, dove non è facile riscattarsi dalle abitudini che offendono e umiliano l’amore più grande, troppo spesso preso a gomitate per mancanza di altri responsabili.

Chissà se sono capace di pregare, dismettendo i panni della violenza nel barricarci dentro noi stessi, nel non rispondere a nessuna chiamata, nel  pensare unicamente alle nostre esigenze, calpestando quelle degli altri.

Una preghiera, un canto silenzioso, una parola dietro l’altra, sopra e sotto ogni giorno che la vita dedica, una preghiera per imparare a credere, a avere fiducia, a entrare nel proprio vissuto, in quello dell’altro, una preghiera per essere finalmente disposti a cogliere le prossimità, le reciprocità, le responsabilità di un impegno sempre nuovo.

Una preghiera per essere davvero disposti a tenere conto di chi mi è vicino, anche di chi poco più in là rimane sempre più  spesso invisibile.

Vincenzo Andraous

Diminuisce nel 2008 il numero di decessi per uso di droga (502) rispetto all’anno precedente (606), con un calo pari al -17,2%: il numero maggiore si è registrato nelle province di Roma (69) Napoli (37) e Perugia (24) che, da sole, assorbono circa il 26% del totale dei decessi a livello nazionale.
È quanto emerge dalla Relazione annuale antidroga 2008 presentata dalla Direzione Centrale per i Servizi Antidroga del Ministero degli Interni. La relazione si articola in cinque parti: la descrizione del mercato della droga e degli andamenti a livello mondiale, le rotte dei transiti e i metodi di occultamento delle sostanze stupefacenti, i risultati conseguiti dalle Forze di Polizia nell’attività di contrasto al traffico illecito degli stupefacenti.
Nel corso del 2008 le forze dell’ordine sono riuscite a requisire in Italia una quantità di sostanze stupefacenti pari a 42.196 kg tra cocaina, eroina, hashish, marijuana e altre droghe. Lombardia (12.283 kg), Lazio (6.559 kg) e Sicilia (4.857 kg) sono le tre regioni che, assieme, incidono su oltre la metà (56,2%) dei sequestri complessivi a livello nazionale. Rispetto al 2007, l’incremento maggiore dei sequestri si è verificato in Lazio (+239,34%), Piemonte (+177,45%), Sardegna (+146,28%), Veneto (+135,30%) e Basilicata (+130,66%).
Un dato allarmante riguarda, infine, il numero dei minori coinvolti nel traffico di droga, in crescita nel 2008 del +8,3% rispetto all’anno precedente. I minorenni coinvolti nello spaccio di droga e segnalati all’autorità giudiziaria (1.124) rappresentano il 2,2% del totale dei segnalati e circa il 18% è di nazionalità straniera; in maggioranza si concentrano al nord (46%), segue il sud e isole (30%) e il centro Italia (23%).

fonte:  dronet.org

Il crimine non è mai casuale, non ha forme sconosciute, neppure passaporto contraffatto, è violenza, e come tale conferma la sua avanzata o la sua ritirata, è la sua mutazione a sorprendere, la sua mimetizzazione a preoccupare, la sua codardia a fare la differenza con la realtà che si è costretti a vivere.
Per chi nella vita ha percorso sentieri ingarbugliati, spesso inesistenti e inventati a propria misura, non è difficile spiegare perché si sceglie il pericolo dei rischi estremi, piuttosto che la “banalità” di una vita insieme agli altri.
“Il voglio tutto e subito” lasciato a briglie sciolte, miscelato con il delirio di onnipotenza, fa da detonatore a un’ agire infantilizzato, e quando questa reazione prende il via, non c’è misura al dolore che arrecherà, alle tragedie che si consumeranno.
Si torturano coppie di vecchi indifesi per quattro spiccioli, fino a ucciderli per arraffare i risparmi di una vita. Si bastonano a sangue due coniugi che non possono difendersi per appropriarsi della poca pensione che neppure c’è più. Si prendono a calci giovani donne per stuprarle con disprezzo per la dignità rubata.
Perfino nella società sottobanco, in quella scolpita nel ferro e nel fuoco, nella cattiva vita che rigenera se stessa nella cultura della morte, preoccupa la metamorfosi che implode e esplode, che cambia i profili degli stessi principi fondanti. Onore, coraggio, forza, sono solamente un vago ricordo di una sorta di codice banditesco oramai carta straccia neppure riciclabile.
Il crimine porta con sè vite dimezzate e esistenze defraudate, sofferenze e ingiustizie, non vi è possibilità di una giustificazione, di una difesa onorevole, di una facile ammenda per chi commette questi reati.
Quando si infierisce fino a rendere una persona qualcosa di irriconoscibile, allora non è più solamente un atto criminale, un doloroso fatto di cronaca, è qualcosa di assai peggio, perché non è comprensibile per la gente per bene, ma nemmeno per quanti stanno nel sottomondo civile, non può passare inosservata una gestualità così indegna e miserabile.
Chi ha vissuto cent’anni tra una lucida follia e il passamontagna, sa bene che non è una pistola, un mitra o un bastone, a fare un uomo, non è l’arma a fare la differenza, ma il suo contrario.
Non ci sarà mai una giustificazione o una attenuante sufficienti per ribadire che la violenza è un atteggiamento mentale e fisico inaccettabile, e che il crimine più scellerato non potrà mai essere barattato con una sorta di finzione del silenzio, perché in questa pratica dell’annientare premeditatamente chi non può difendersi c’è l’intera inaccessibilità alla comprensione.
Questi accadimenti non possono diventare materiale da romanzare spettacolarmente per eventi filmografici, oppure da somministrare per una mera statistica, in questa ferocia inusitata, non può esserci solamente una responsabilità riconosciuta attraverso la solita condanna, i soliti richiami a una conquista di coscienza.
Forse è giunto il momento di guardare con lo specchio dentro il nostro stomaco, e non rimanere nuovamente schiacciati dall’incultura delle ideologie, delle subculture mascherate, dalla violenza socialmente autorizzata.
Occorre smetterla di passare oltre, bisogna davvero scuoterci da subito, è urgente farlo affinché non si ripetano gli stessi inaccettabili errori.

Vincenzo Andraous

Un nuovo trend d’uso di marijuana non per scopi ricreazionali, bensì con l’intento di alleviare disturbi fisici e psichici di varia natura, si sta diffondendo in alcune fasce della popolazione giovanile. Un’indagine condotta presso la University of British Columbia in Canada e pubblicata su Substance Abuse Treatment, Prevention, and Policy, descrive le ragioni che spingono alcuni adolescenti ad utilizzare marijuana per scopi terapeutici e le loro convinzioni rispetto ai benefici e ai rischi derivanti dall’uso di questa sostanza.
L’indagine ha coinvolto giovani consumatori abituali di marijuana, di età compresa tra i 13 – 18 anni e che utilizzano marijuana per alleviare disturbi d’ansia, del sonno, depressione, situazioni di stress e dolore fisico. I giovani intervistati prendono le distanze dai coetanei che utilizzano marijuana per scopi ricreazionali, ed enfatizzano il fatto di non essere stati in grado di trovare altre soluzioni ai propri problemi di salute. La maggior parte non si dimostra preoccupata per i rischi associati all’uso di marijuana, sostenendo che il loro uso di marijuana non è “eccessivo” e che il loro utilizzo rientra nella “normalità”.
Questa sostanza viene considerata come l’unica valida alternativa dagli adolescenti che hanno problemi di salute e che non sono riusciti ad ottenere risultati soddisfacenti con i trattamenti terapeutici, o che non hanno un adeguato accesso al sistema sanitario. Tuttavia questi stessi giovani risultano poco informati sui rischi per la salute connessi all’uso, ai rischi di incorrere in sanzioni legali e sull’uso terapeutico dei cannabinoidi.

fonte: dronet.org

L’uso di droghe durante la gravidanza espone i neonati al rischio di sviluppare una sindrome di astinenza neonatale, fenomeno in preoccupante crescita secondo quanto riportato da un recente studio pubblicato su Pediatrics.
Lo studio di coorte retrospettivo ha misurato la prevalenza di questa patologia in Australia occidentale nel periodo compreso tra il 1980 e il 2005, ed analizzando le condizioni di salute di circa 637mila neonati sono stati riscontrati 906 casi di sindrome di astinenza neonatale, con una crescita media annuale pari al 16,4%. La prevalenza di questa sindrome è cresciuta nel periodo osservato passando da 0,97 a un picco di 42,2 casi ogni 10.000 neonati.
Alcune caratteristiche materne sono state individuate quali fattori predittivi di sviluppo della sindrome neonatale: precedenti ricoveri per disturbi mentali, basso livello professionale, fumare in gravidanza, appartenere al gruppo aborigeno. Questi bambini, inoltre, risultano maggiormente esposti al rischio di maltrattamenti e di essere dati in affido, tanto più se le madri hanno meno di 30 anni, versano in condizioni economiche svantaggiate, e sono state precedentemente ricoverate per aver subito violenza o per disturbi mentali.
L’incremento di questa patologia negli ultimi 25 anni evidenzia la necessità di una diagnosi precoce e di interventi che supportino le donne in gravidanza e con dipendenza da droghe. Il professor Stanley, co-autore dell’indagine, osserva come la crescita dei neonati che soffrono della sindrome di astinenza rispecchi l’aumento complessivo dell’uso di droghe osservato nella comunità.

fonte: dronet.org

Eva è una bambina dai grandi occhi sparati addosso al mondo, è una fotografia che non s’impolvera, un tempo che non finisce mai di stupire.

Eva è la risposta alle domande insolute, ai quesiti addormentati e messi da parte per non affrontare gli incroci, gli ostacoli che l’esistenza propone nelle scelte che arrivano, che avvertono delle precedenze, degli arresti, delle responsabilità da rispettare.

Eva è lì che ascolta il racconto di una storia vera, che serva a dedicare un pensiero di speranza a chi è all’inizio della strada, e per cominciare bene, bisogna non sentirsi mai soli.

C’è sempre un momento in cui anche il più ottuso degli uomini è costretto a lasciare sguarnito il proprio quadrato delle rigidità ostinate, scegliendo di essere interprete di una nuova attenzione, di abitare finalmente la responsabilità del proprio vissuto.

E’ possibile farlo nel silenzio costretto di una cella, nell’ascolto di una preghiera, nella fatica di una relazione importante, condividendo il cambiamento che aiuta a spostare i piedi e il cuore dall’angolo in cui spesso restiamo disabitati.

Come raccontare a una ragazzina e a qualche bullo inebetito dal proprio ruolo, che forse per cambiare la storia dovremmo condividere una responsabilità, quella di ammettere che gli artefici dei nostri guai, delle nostre sfortune, non sono gli altri, ma che “ l’unico vero problema sono io“.

Il passato non si cancella, non scompare, ma è possibile distanziarlo, e renderlo materia di riflessione, di interrogativi, persino quando la domanda incupisce, inquieta.

Ecco, proprio in questo frangente è necessario sottolineare l’importanza di non perdere contatto con noi stessi, e sapere sempre dove sono le persone che amiamo e che stimiamo, quelle che possono aiutarci a non fare scelte sbagliate, offrendo le proprie capacità per scardinare il piedistallo su cui poggiano il mito della forza, della prevaricazione, della violenza.

Quel giorno, una bambina mi è corsa vicino, mi ha toccato la mano, e facendomi scivolare dentro qualcosa, è fuggita via.

“Vince, io non so se gli uomini ti hanno perdonato, ma Gesù lo ha fatto ne sono sicura, e voglio dirti che anch’io ti ho perdonato”.

Per tanto tempo ho inseguito quelle righe minute, scritte con ordine e con garbo, per tanti anni mi hanno accompagnato nel lungo e lento viaggio di ritorno, quante volte mi sono chiesto se Eva in quell’attimo fuggente era stata sola con la sua penna, e se avrà ripensato alla facilità con cui si può perdere ogni cosa, la propria famiglia, la propria libertà, anche la propria dignità.

Quando penso a Eva, al suo insegnamento forte, mi viene in mente cosa ha detto un’altra grande donna, ferita nel profondo da un dolore indicibile: “ La Giustizia ha sempre da riparare, affinché non scompaia la disponibilità umana del perdono, ma perché ciò possa avvenire occorre riconoscere con consapevolezza i propri errori.

Gesù parlò al ladrone, è vero, ma con quello che ebbe il coraggio della dignità ritrovata, per chiederGli di poter abitare nel Suo regno”.

Vincenzo Andraous

Sebbene i consumi di alcol in Italia mostrino un trend sostanzialmente stabile negli ultimi dieci anni (1998-2008), le modalità e gli stili di consumo stanno progressivamente cambiando, soprattutto tra i giovani e i giovani adulti. I dati raccolti dall’Istat, nell’ambito dell’indagine “Aspetti della vita quotidiana” degli italiani, descrivono una riduzione nel decennio osservato della percentuale di consumatori giornalieri di alcolici (dal 33% al 28%), mentre aumenta quella dei consumatori occasionali (dal 37% al 41%).
Si consolidano modalità di consumo occasionali di alcolici, più vicine ad un modello di consumo di tipo nord europeo, soprattutto tra i giovani di 18-24 anni: i maschi in questa fascia di età che consumano alcol fuori pasto sono passati dal 39,9% al 49,4%, mentre per le coetanee femmine questo trend è ancora più evidente, dal 20,8% al 33,5%, rappresentando l’incremento maggiore rispetto al resto della popolazione.
Il cambiamento di abitudini riguarda non soltanto la frequenza e le circostanze di consumo, ma anche il tipo di bevande consumate: diminuiscono i consumatori di solo vino o birra, ed aumentano quelli che consumano solo altri alcolici (aperitivi, amari e superalcolici) o che combinano le due tipologie. Anche in questo caso i cambiamenti riguardano soprattutto la fascia d’età 18-24 anni: si riduce il numero di maschi che bevono solo birra (dal 13,3% al 7,5%) e vino e birra (dal 8,9% al 5,7%), mentre aumenta il consumo di solo aperitivi, amari e superalcolici (dal 3,2% al 6%). Anche tra le coetanee si osserva una riduzione delle consumatrici di sola birra (dall’11,7% al 6,6%) e vino e birra (dal 6,4% al 4,5%), mentre aumenta il consumo di solo aperitivi, amari e superalcolici (dal 7,6% al 10,5%), e dell’uso combinato di tutti i diversi tipi di bevande (dal 15,7% al 19,6%).
Preoccupante risulta la diffusione in Italia del consumo di alcolici tra i ragazzi di 11-15 anni, considerato che l’OMS raccomanda la totale astensione dal consumo di alcol fino ai 15 anni: il 19,7% dei maschi e il 15,3% delle femmine dichiarano di aver consumato una o più bevande alcoliche almeno una volta nell’anno.
Un altro comportamento a rischio, causa di numerose vittime, è rappresentato dalla guida in stato di ebbrezza alcolica: complessivamente il 18% dei guidatori abituali (persone di 18 anni e più che guidano l’auto almeno qualche volta alla settimana) ha un comportamento di consumo a rischio rispetto all’alcol, mentre tale quota è pari a 11,9% tra chi guida occasionalmente o non guida.

fonte: dronet.org

“Eclisse del mondo adulto”, qualcuno ha così decodificato la realtà in cui gli adolescenti si appropriano del senso di appartenenza al vuoto, un nuovo amico che tace, accondiscende nel silenzio riverente.

Ogni volta che l’incontro con il mondo dei grandi prende il via, accade qualcosa che sovverte le certezze e sicurezze riposte in bella mostra, armature luccicanti in dotazione a un esercito schierato, come a voler respingere qualsiasi attacco esterno.

Il nemico non è quello dei barbari al di là del confine, degli indiani relegati nelle riserve, è seduto alla nostra tavola, partecipa alle nostre feste, sta riparato dalla speranza contusa ma insopprimibile che riponiamo nei nostri figli.

Discutere di violenza, di quella capacità a offendere e ferire, di quella volontà a umiliare e lacerare, con cui gli adolescenti si fanno la guerra, equivale a dichiarare aperto un altro fronte di conflitto, quello esistente tra gli adulti, ed è in questa linea mediana incendiata  dall’irresponsabilità che si guadagnano i galloni da generale i bulli.

Proprio in quello spazio fintamente neutro, ove sottolineare l’autorevolezza necessaria a gestire i conflitti, i grandi hanno perduto una grande occasione, confutando l’estrema importanza del rispetto delle regole, prese a calci in anni oramai consunti e non più spendibili a buon esempio.

Gli adolescenti si coalizzano con le loro regole, le loro abitudini, i loro totem e scambi veloci, nel contempo il mondo degli educatori si sgambetta, manomette gli indici di ascolto, le stesse attenzioni in particolarità senza remissione di peccato.

I conduttori di idee ed emozioni deragliano a seconda dei propri bisogni e desideri, con il risultato di confondersi con uno stato delle cose reso volutamente accettabile, una specie di raggiro mimetizzante per non perdere tempo con le sottigliezze, le cose normali, come le ragazzate che lasciano il tempo che trovano.

Il pianeta adulto c’è, esiste, è presente quando deve castigare le intemperanze del bullo, un po’ meno per chiarire con la stessa determinazione, un altro concetto, altrettanto importante, quello della propria capacità a esserci nei momenti del dialogo e del confronto che fanno abituare alla  fatica, per pensare la violenza come uno strumento di eliminazione e non di superamento di un problema.

Si interloquisce alla scuola della precarietà della parola, eppure il futuro di questi genitori di domani è racchiuso nell’accettazione della sfida al rinnovamento della famiglia di oggi, di quanti credono in un progetto educativo e una collaborazione di contenuti, che risolva una volta per tutte il disamore per il mestiere più difficile, che costituisce il valore fondante della nostra storia.

Per cercare di disarcionare la disattenzione degli adulti a casa, a scuola distanti dai banchi presi a calci, e distinguere tra comportamenti prevaricanti inaccettabili, e atteggiamenti competitivi esilaranti, c’è urgenza di confidare nelle capacità professionali  e umane di chi conduce e allena alla palestra della vita i più giovani.

Ci vengono in aiuto  le parole di don Enzo Boschetti: “con l’amore e la fiducia”  delle proprie emozioni che non ci rendono oppressi dai fallimenti, ma entusiasti di avere di fronte persone disposte a ripartire, a ricominciare, nel rispetto cui ognuno è dovuto per ri-conquistare il proprio equilibrio e la propria dignità, di più, per riconoscere nell’altro la parte di noi mancante.

Vincenzo Andraous

I livelli delle nitrosamine NNK e NNAL, derivate dalla combustione della nicotina nel tabacco e presenti nelle urine di un fumatore, indicherebbero il rischio di sviluppare un cancro ai polmoni a cui è esposta tale persona. I risultati dell’indagine, coordinata da Jian Yuan dell’Università del Minnesota di Minneapolis, sono stati presentati in occasione del convegno dell’American Association for Cancer Research a Denver appena conclusosi.
Lo studio ha esaminato l’associazione tra la presenza del metabolita NNAL e il rischio di sviluppare il cancro al polmone tra i fumatori appartenenti a due ampi studi di coorte, analizzando i dati riferiti a una popolazione di oltre 81.000 uomini e donne di età compresa tra i 45 e i 74 anni. I ricercatori hanno intervistato i partecipanti sullo stile di vita, la quantità di sigarette fumate, le abitudini alimentari, e sono riusciti a raccogliere oltre 50mila campioni biologici di sangue ed urina.
Sono stati monitorati tutti i casi di cancro al polmone e di decesso, e per identificare i rischi di sviluppo della malattia è stato condotto uno studio caso-controllo su 246 casi di neoplasia del polmone e 245 fumatori. I risultati emersi rivelano che i fumatori con livelli di NNAL e di cotinina più alti sono esposti ad un rischio 8,5 volte maggiore di sviluppare il cancro al polmone rispetto ai fumatori con metaboliti più bassi. Questi marcatori biologici non invasivi, hanno concluso i ricercatori, possono servire come punto di partenza per sviluppare un modello predittivo individuale di rischio di cancro al polmone nei fumatori.

fonte: dronet.org

L’uso di metamfetamine da parte di donne in età fertile sta causando una crescita del numero di bambini esposti alla sostanza in gravidanza. Lo studio condotto da un gruppo di ricercatori della John A. Burns School of Medicine in Honolulu e pubblicato sulla rivista American Academy of Neurology, ha indagato gli efetti dell’esposizione prenatale alle amfetamine sullo sviluppo neurologico infantile.
Impiegando tecniche di imaging a risonanza magnetica in diffusione, è stato calcolato il coefficiente apparente di diffusione (ADC) e sono state eseguite sequenze del tensore di diffusione (DTI) per formare diverse mappe dell’orientamento spaziale delle strutture della sostanza bianca in un gruppo di bambini esposti alla metamfetamina e in un gruppo di controllo.
Le risonanze hanno permesso di individuare una minore diffusione nei bambini esposti alla sostanza, corrispondente ad una maggiore densità dendritica e spinale, suggerendo alterazioni a carico della maturazione della sostanza bianca.
L’imaging a risonanza magnetica in diffusione misura la diffusione delle molecole d’acqua nei tessuti biologici. La tecnica di imaging del tensore di diffusione permette di esaminare le alterazioni neuronali a livello cerebrale, e di diagnosticare malattie che alterano la normale organizzazione o integrità della sostanza bianca cerebrale (come la sclerosi multipla).

fonte:  dronet.org

Quali sono gli effetti dannosi a scapito della salute derivante dall’uso di ecstasy? Un’aggiornata rassegna sistematica della letteratura medica sugli effetti dell’uso ricreazionale di ecstasy evidenzia l’insorgere di significativi deficit delle funzioni neuro cognitive, in particolare la memoria verbale immediata e differita, e un’aumentata manifestazione di sintomi psicopatologici.
I risultati degli studi esaminati, categorizzati in tre diversi livelli di significatività, rivelano come gli utilizzatori di ecstasy presentino deficit significativi nei processi di attenzione, memoria, velocità psicomotoria, nelle funzioni esecutive. L’uso di ecstasy influirebbe inoltre sulla memoria verbale, rendendo difficoltosa la rievocazione immediata o differita nel tempo di vocaboli.
Compiti sperimentali finalizzati a valutare la memoria visiva e verbale, la working memory, i processi di attenzione, le funzioni esecutive, l’organizzazione percettiva, i livelli di depressione, di ansia e di impulsività, dimostrano che i rendimenti dei consumatori di ecstasy sono significativamente peggiori di quelli del gruppo di controllo, ma anche dei consumatori di altre sostanze illegali. Inoltre non emergono differenze significative rispetto ai deficit che colpiscono i consumatori di ecstasy rispetto agli ex-consumatori.
Studi retrospettivi basati sui dati dei pronto soccorso restituiscono un tasso di mortalità che oscilla tra lo 0-2% per ricoveri correlati all’uso di ecstasy. Le principali sintomatologie riscontrate causa di morte sono l’ipertermia e l’iponatremia, anche se i decessi a seguito d’assunzione sono rari e isolati. Il programma Health Technology Assessment (HTA), parte dell’Istituto Nazionale di Ricerca per la salute pubblica del Regno Unito, valuta l’impatto, l’efficacia e i costi dell’impiego di tecnologie in ambito sanitario per la promozione della salute, la prevenzione e il trattamento delle malattie, la riabilitazione e l’assistenza nel lungo periodo.

fonte :  dronet.org

A tutte le persone del mondo, senza alcuna distinzione di sesso o razza, BUONA PASQUA…


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