Archivio per Giugno 2009

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Evasioni letterarie e dolore insonorizzato

23 Giugno 2009

Sono stato invitato a presentare un libro scritto da alcuni detenuti e redatto da due docenti dell’Istituto Superiore Volta con sede nella casa Circondariale di Pavia.

Con molto entusiasmo mi sono recato sulla prestigiosa casa galleggiante dell’Associazione Vogatori pavesi, adagiata sul letto del fiume Ticino.

“Evasioni Letterarie, pagine nate nella notte, dentro un carcere”, edito da O.M.P. è un bel volume davvero, a partire dalla prefazione di Mino Milani, elogio alla semplicità, alla normalità, alla possibilità di dire sottovoce i significati delle parole, i contenuti del cuore, che spesso crocifiggiamo a luoghi comuni, stereotipi, chiacchiericci, per non dare voce alla coscienza che bussa e non la smette.

Un libro che non  causa alcun danno collaterale, si nota subito la mano di bravi architetti, che hanno saputo mettere insieme differenze, diversità, bisogni, desideri, ma con garbo e intelligenza sono riusciti a dare ritmo a una danza che ha coinvolto dapprima gli autori, come ora accade ai lettori.

Io, che di carcere ho una lunghissima conoscenza, qualche libro l’ho letto, e qualcuno l’ho pure scritto, so che c’è sempre il pericolo di scadere in una autorappresentazione, in una arrampicata al delirio di onnipotenza, oppure  in una discesa al delirio di commiserazione, e non so quale delle due condizioni sia peggiore.

In queste pagine tutto ciò non ha contaminato una sola riga, anzi emerge il coraggio dell’uomo capace di essere forte al punto giusto per riuscire a chiedere aiuto, per tentare di alzarsi e riconquistare la propria dignità, mantenerla e custodirla.

Questo libro è importante proprio perché sottolinea il valore della dignità, ritrovata nella consapevolezza che per arrivarci occorre partire dal rispetto di una doverosa esigenza di giustizia da parte di chi il male l’ha ricevuto, da qui  la scoperta  e la necessità di nuove opportunità di riscatto, di quella nuova punteggiatura che traspare da queste storie.

Una riga dopo l’altra nella verità che assale l’uomo, la persona, una verità che fa bene a chi sconta la propria pena e allo spazio in cui è detenuto il dolore e la sofferenza, perchè in una cella non esistono eroi, né personaggi vincenti, al contrario sopravvivono solamente uomini sconfitti.

“Evasioni Letterarie” non parla solamente di un dolore insonorizzato, l’uomo recluso racconta, si racconta, ci racconta, e la storia altro non è se non il testimone responsabile a metterci sull’avviso di come l’errore e la cecità più ottusa, rimangono in agguato dietro l’angolo, all’imbocco del vicolo cieco.

Queste pagine accorciano le distanze dal nodo slegato, da quell’opposizione polare dove non c’è arrivabilità né abitabilità tra opposto e contrario, invece è possibile trasformare, modificare, cambiare a inverso diritto l’im/possibile, l’in/cancellabile, l’im/perdonabile.

Rammento un altro libro dal titolo emblematico “Riconciliazione o vendetta”, opposti sideralmente distanti, da una parte il tentativo di rimettere insieme qualcosa che è andato in frantumi, facendolo su basi differenti, dall’altra il prezzo da offrire per un riscatto.

Due contrari apparentemente inconciliabili, che però necessitano di un equilibrio, e l’autore di quel volume lo ha ben ha definito: equilibrio della rendicontazione, nei 35 anni di carcere scontati, nel dare un senso a ciò che ancora rimane, per tentare di ritrovare e ricostruire se stessi.

In questo contenitore di esperienze ben accompagnate dalle parole più semplici, è possibile osservare il passato che legge alle spalle di questi uomini-autori, obbligandoli a ripercorrere i detriti, le macerie, una sorta di umile dignità nel fuoriuscire dal convenzionale che definisce il diverso, in questo caso il detenuto, ricercando nel valore del rispetto la meta da raggiungere, quale prima forma educativa dell’essere umano, per quella auspicata ricomposizione di ogni frattura sociale.

Rispetto che non potrà mai essere insegnato attraverso un gessetto e una lavagna, una nozione elargita dal più bravo docente, o dal tormento di una cella e dall’isolamento, ci aiutano in questo impegno le persone che hanno sbagliato ma stanno tentando di riparare, ribadendo che il rispetto si apprende con l’esempio di riferimenti autorevoli, che non hanno paura di sporcarsi le mani per sradicarci dal baratro in cui siamo caduti, dalla fossa che spesso costruiamo a nostra misura.

Vincenzo Andraous

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Cannabis: alterazioni geniche DNA e cancro ai polmoni

20 Giugno 2009

Il fumo di cannabis altera la composizione genica del DNA aumentando il rischio di cancro. La dimostrazione della tossicità di questa sostanza giunge dai ricercatori del Department of Cancer Studies and Molecular Medicine dell’Università di Leicester (Regno Unito), che grazie a sofisticate metodiche analitiche che combinano metodi di cromatografia liquida e spettrometria di massa, sono riusciti a individuare le alterazioni del DNA provocate dal fumo di cannabis.
Mentre è stato dimostrato che le sostanze tossiche sviluppate dal fumo di tabacco possono danneggiare il DNA e aumentare il rischio di sviluppare cancro ai polmoni, sinora non sussistevano prove evidenti degli effetti del fumo di cannabis e, in particolare, della tossicità dell’acetaldeide presente sia nel tabacco che nella marijuana.
Lo studio, pubblicato su Chemical Research in Toxicology, ha dimostrato che il fumo di cannabis comporta significative implicazioni per la salute, soprattutto perché i consumatori tendono ad inalare il fumo in maniera più profonda rispetto ai fumatori di tabacco, aumentando i danni a carico del sistema respiratorio. Il danno provocato alle mucose bronchiali da 3 – 4 spinelli al giorno corrisponde a quello derivante da 20 o più sigarette al giorno. Infatti il fumo di cannabis, a causa di più bassi livelli di combustione, contiene il 50% in più di sostanze cancerogene rispetto al tabacco. I risultati dello studio, concludono i ricercatori, forniscono evidenze circa il danno potenziale del fumo di cannabis sul Dna e del fatto che il consumo di sigarette di marijuana è pericoloso per la salute poiché potrebbe innescare lo sviluppo di tumori.

fonte: dronet.org

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Cocaina: tutti gli effetti

16 Giugno 2009

EFFETTI DELLA COCAINA:
Devi sapere che gli effetti della droga si verificano più o meno rapidamente (e dipendono dalla modalità di assunzione, in ordine di velocità: iniezione endovenosa, fumandola, inalazione per via nasale, masticazione delle foglie) e consistono principalmente in:

EFFETTI PSICOTROPI:

  • Distorsione cognitiva e delle capacità recettive
  • Sensazione di aumento delle percezioni
  • Attenuazione della reattività fisica e mentale
  • Riduzione del senso di fatica
  • Alterazione del sonno e della sensazione di fame e sazietà
  • Senso di euforia

le funzioni di un cervello ,normali ,dopo 10 giorni dall'assunzione,dopo 100 giorni dall'assunzione

nella foto si puo notare come dieci 10 giorni dopo l’assunzione di cocaina l’attivita cerebrale (in bianco) sia ridottissima e dopo 100 giorni è ancora in fase di ripristino.

EFFETTI FISIOLOGICI:

  • aumento della frequenza cardiaca
  • aumento della contrattilità del ventricolo sinistro
  • aumento della pressione arteriosa
  • iper-produzione di adrenalina
  • diminuzione della produzione di ossido nitrico
  • aumento dell’aggregabilità piastrinica nel sangue
  • accelerazione del processo aterosclerotico.

Tutto ciò và incontro a rischi considerevoli di trombosi, infarto miocardico e danni permanenti al sistema cardio vascolare.

EFFETTI A LUNGO TERMINE:

  • Depressione, ansia, irritabilità, paranoia, insonnia e psicosi
  • perdita di peso
  • distruzione del sistema immunitario
  • rottura del setto nasale in caso di assunzione reiterata per via intranasale

OVERDOSE:

  • Agitazione, ostilità, allucinazioni, convulsioni, ipertermia, infarto, paralisi muscolare e della respirazione, morte.

Inoltre devi sapere ed importante sfatare il mito secondo cui la cocaina non dà assuefazione, La Cocaina genera assuefazione !! con successivo shock anafilattico che nei casi più gravi conduce alla morte.

fonte: cocaina.cc

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Uso di drgohe e infortuni sul lavoro

10 Giugno 2009

Gli infortuni sul lavoro rappresentano un serio problema di salute pubblica, causa di morbilità e mortalità. Nel 2005, solo negli Stati Uniti, i datori di lavoro del settore privato hanno riferito 1,2 milioni di casi di infortuni e di malattia, pari a 135,7 lavoratori infortunati ogni 10mila (a tempo pieno e di 15 anni e più), a cui corrispondono giorni di assenza dal luogo di lavoro e mancata produttività. Negli Stati Uniti i costi degli infortuni e della malattia sul lavoro annualmente supera il miliardo di dollari comportando costi diretti ed indiretti sostenuti dai lavoratori coinvolti e dalle loro famiglie, dagli altri lavoratori attraverso salari più bassi, dalle aziende a causa di profitti più bassi e dai consumatori attraverso prezzi dei prodotti più alti.
Il RAND Center for Health and Safety in the Workplace, un centro di ricerca americano che si occupa di migliorare la sicurezza sul lavoro e di tutelare la salute dei lavoratori, ha condotto un’indagine sull’associazione tra incidenti sul lavoro e uso di sostanze stupefacenti che descrive le dimensioni del fenomeno in questo paese (The Effects of Substance Use on Workplace Injuries). Il manuale propone una rassegna dei più recenti studi e delle evidenze scientifiche emerse che documentano la relazione tra uso di droghe e incidenti sul lavoro, evidenziandone i punti di forza ma anche i limiti. Vengono inoltre analizzate le politiche messe in atto per affrontare il fenomeno, ipotizzando le ragioni per cui alcuni provvedimenti hanno efficacia ed altri meno.
Secondo le indagini nazionali sull’uso di droghe, circa il 9% dei lavoratori a tempo pieno di 18 – 64 anni incontra i criteri per uso pesante di alcol, e un altro 9% incontra i criteri di dipendenza da alcol; l’8% riferisce l’utilizzo di droghe nell’ultimo mese e il 3% incontra i criteri di dipendenza da droghe. Sebbene la relazione tra infortuni sul lavoro e uso di droghe sia stata considerata apparentemente ovvia, i ricercatori spesso incontrano difficoltà nel quantificare tale associazione, soprattutto a causa della complessità metodologica della raccolta dati. Tuttavia l’interesse e l’attenzione crescente da parte dei politici hanno condotto alla realizzazione di programmi e interventi, come il drug test sul luogo di lavoro, volti a ridurre e limitare questo fenomeno.

fonte: dronet.org

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Fare teatro in carcere cosa significa?

8 Giugno 2009

Ricordandomi di avere fatto parte di un gruppo teatrale carcerario,  mi viene da dire che a volte il teatro entra in carcere esclusivamente per intrattenere e divertire, infatti molti spettacoli hanno avuto come unico obiettivo il gioco, l’animazione, senza che fosse richiesta alcuna professionalità, o vi fosse interesse ad ottenerla.

Il carcere può essere visto come un laboratorio  in cui gli attori, in quanto dilettanti, risultano capaci di esprimere un’autenticità raramente rinvenibile in un professionista, una spontaneità e un’immediatezza che si fa evidente nei lapsus, negli scherzi, negli approcci.

La stessa genuinità che possiede probabilmente qualunque uomo della strada, dal momento in cui si trasforma in attore.

Il detenuto infatti anche se recita”dentro”, è il frutto di un “fuori”, che non può essere dissolto solo perché segregato e nascosto.

L’uomo della strada e l’uomo privato della libertà che si trasformano in attori non professionisti sono però divisi da una condizione imprescindibile: la reclusione.

La differenza diventa la forza e la magia del teatro in carcere, e si manifesta nel carico di “energie” che viene riversato sulla scena, un condensato di sofferenza e frustrazione, forzatamente compresso e coattato.

Per cui è possibile servire al teatro in quanto portatori di una umanità modificata dalla restrizione, che ricerca ed esalta le differenze, esprimendo, attraverso il lavoro una potenza drammatica maggiore.

Recitare un testo teatrale offre un doppio sostegno a chi è in una cella a scontare la propria pena, permette il libero flusso di emozioni e sentimenti rimossi e repressi dalla contenzione carceraria e spinge alla cooperazione, alla solidarietà, allo scambio con gli altri.

La memoria e il dialogo sono tra i pochi mezzi efficaci per resistere alla quotidiana e progressiva corrosione di sé.

Qualsiasi rappresentazione teatrale migliora gli uomini e la dimensione in cui vivono, operando con modalità opposte dove è contenuta, collettive anziché individualizzatrici, coinvolgenti anziché segreganti, portatrici di arricchimento affettivo e artistico, anziché di coazione a ripetere.

Fare teatro può significare che l’uomo della pena riscatti temporaneamente  il suo “involontario” isolamento, smettendo di mimetizzarsi, iniziando a narrare, a narrarsi.

Ma forse è anche il caso di chiederci oltre a quale  significato dare al  teatro in carcere, se l’ impossibilità a ristrutturare le fondamenta di questa istituzione, è confermata attraverso l’impegno teatrale o le buone intenzioni di qualche operatore o di un paio di direttori.

Alla domanda iniziale mi viene da rispondere che fare teatro in carcere consente di  vedere la differenza tra significato e funzione,  affinché non sia visto in termini di efficienza, di servizio utile in quanto terapeutico, pedagogico, ricreativo…ma tale in quanto terapia, pedagogia, ricreazione sono in sé valori del teatro.

Per buon ultimo, fare teatro in carcere non vuol dire creare false illusioni, l’uso di fantasticherie e sogni per evadere in altri spazi e in altri tempi, o in altri corpi, come può farci rammentare il falso benessere suscitato dalle droghe, tutte.

Come qualcuno ci ha lasciato detto ” fare teatro in carcere riesce ad avere senso soltanto quando il teatro stesso se ne avvantaggia: non quando resta prigioniero”.

fonte:  Vincenzo Andraous

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Navigatori esploratori del multimediale

3 Giugno 2009

Saggi e profani insistono a dire che la televisione trasforma gli adolescenti in barbari.  Penso invece che la televisione o meglio, le televisioni, non scopriamo l’acqua calda, contengono messaggi sub-liminali ormai ben noti, input “estremi” per raccogliere guadagni…e poco contano i limiti imposti dalle regole, o il bon-ton richiesto dal vivere civile.

Questo andazzo, non autorizza a pensare che ciò induca una ipnosi collettiva, la  deriva che un po’ tutti affrontiamo in questo presente, è sul serio un cataclisma che ferisce, soprattutto i più giovani, coloro che non sono in possesso di strumenti difensivi.  In particolare coloro che ancora non hanno sviluppato capacità critiche. Di certo la televisione non è il nostro genitore, neppure il nostro educatore, ancor meno il nostro compagno di viaggio. Per cui affermare che: “la vita mi è passata davanti, e non me ne sono accorto”, perché la televisione mi ha condizionato, o peggio ipnotizzato, è davvero una mera giustificazione.

La televisione è l’imputata? La corte che giudica saremmo noi? Coloro che non hanno tempo neppure per fare l’amore? Per una carezza? Per una preghiera? Mi viene da pensare che la liceità di una accusa così qualunquista al tubo catodico, sia espressa per colmare e riempire quei vuoti e lacune, più volte sottolineati, ma comodamente licenziati.

La verità, una delle tante e troppe verità, è che siamo noi ad aver creato tanti bambini spot!!!

Perché non ammettere che quando cominciano i compromessi con le proprie responsabilità di genitori, di educatori, di accompagnatori, si è destinati a una proiezione virtuale, che indica nei ragazzi una imbecillità non loro, ma piuttosto nostra.

La televisione non è il fine che compie il percorso della nostra vita, è solo un mezzo per informarci e intrattenerci; per un tempo necessario, e non per intero.

Dovremmo fare nostra la filosofia di S. Agostino, indipendentemente dalla fede che ognuno professa. Filosofia del dialogo e della relazione improntata a ribadire il valore della memoria, dell’intelletto, della volontà, per aiutarci a comprendere i segni di un disagio che è sempre più relazionale. Per non inciampare nella vulnerabilità delle giustificazioni, nelle incredulità costruite, nelle inadeguatezze improvvise.

È una filosofia che potrebbe allontanare il pericolo incombente dell’inabitabilità dell’uomo con se stesso e con gli altri, figuriamoci in una pseudo convivenza mediatica.

Condannare alla reclusione a vita la televisione non è il vero obiettivo, forse affidarci a risposte più sfumate non significa andare incontro a conclusioni errate, ma a un giudizio meno approssimativo.

Esistono geometrie che non conosciamo, incertezze, solo i comandamenti sono certi, indiscutibili.

In conclusione siamo dentro fino al collo nell’era delle comunicazioni istantanee, stiamo diventando tutti navigatori-esploratori del multimediale.

Proprio per questo sarebbe bene tendere a fare gli entronauti di noi stessi quanto meno per ascoltare-guardare   con orecchi-sguardi nuovi i tanti figli, al palo, in attesa.

Vincenzo Andraous