Archivio per la categoria ‘approfondimenti’

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Maicol ci teneva a farsi capire

19 Novembre 2009

Quante volte siamo andati a fare una nuotata nella piscina dell’oratorio, lo sorreggevo e, via andavamo a prendere la nostra parte di luna, tutta dentro una buona faticata che sfiniva entrambi.

Da tanti anni il suo fisico aveva mollato gli ormeggi, se ne era andato da un’altra parte, ma lui nonostante le arrabbiature, reagiva a questa forma “bullistica del destino”, con una lucidità che non è facile trovare nelle persone che circondano la nostra vita.

Maicol è nato così, con l’esistenza a orologeria, con un  tempo corto, non certo per colpa sua, è nato così con la sua missione ben scolpita sulla pelle.

Lo ha svolto con cura il suo impegno, anche quando la mente e il cuore ritornavano agli anni che parevano significare la sconfitta della malattia, i giorni della gioia, dell’amore, delle monellate, delle provocazioni, per tentare di esorcizzare la condanna, che nonostante tutto, resta sconosciuta alla ragione, che ostinata  ama e crede e spera l’impossibile.

C’è stato un momento nella vita di Maicol, in cui il mondo gli ha spalancato le porte, fino a renderlo immortale, in una storia di indicibile sofferenza,  un esempio leale di caparbia speranza, giungendo a contenere il suo male ingiusto, a non renderlo un semplice stato fisico da dimenticare, neppure a farne una condizione di rancori addomesticanti.

Maicol è qualcosa di diverso da subito, non innalza muri, non elargisce lacrime di commozione impropria, di compassione travestita a pena da spendere in fretta.

Ora in quella stanza non c’è più Maicol disteso sul letto, sulla poltrona, a pensare, a parlare, a tenere desta una preghiera per chi piegato giungeva  dalle sue parti.

Quel che c’è da fare ora, è in quei silenzi che assalgono le orecchie, facendo rumore, spingendo e accelerando, accostando e rallentando, fino a costruire una sequenza di movimenti, per rendere una assenza un fermo immagine, una partenza in un palpito che non si vede.

Maicol non è mai stato prigioniero in questa gabbia di partenza, in queste catene di arrivo, neanche di rimbalzo soprassedeva alla sua costrizione, Maicol era un uomo coraggioso, per tanti ragazzi di questa Comunità Casa del Giovane, che faticano a ritrovare un senso, a dare un senso, Maicol è stato per loro, e  per me,  davvero un esempio, consigliando ad ognuno di ritrovare l’umiltà necessaria per affinare quella pratica unica e insostituibile tutta dentro il concetto del “buon esempio”, del non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te, del fare bene o al meglio delle tue capacità, se pretendi che faccia altrettanto chi ti è vicino.

Questa sua grande dignità conferma che  non esiste sofferenza, dolore, pena, che possano inchiodare al proprio male, che possano indurre chicchessia a pensare di non potere fare niente, se non rimanere indietro, nel silenzio dell’insopportabilità.

Quando Maicol era tra le mie braccia, ho sempre avuto netta la sensazione di avere tra le mani quelle risposte che spesso non vogliamo cercare, neanche quando sono a un palmo dal naso.

In quella sua voce c’è il richiamo al rispetto della vita, c’è il dovere di non confondere chi rimane alla finestra indifferente, diventando inutile, e chi invece ha cose nuove da dire: e Maicol ci teneva a farsi capire, anche da un letto trasformato in una croce.

Vincenzo Andraous

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Genitori divorziati, adolescenti e alcool

10 Novembre 2009

Una recente ricerca condotta da un team multidisciplinare di studiosi slovacchi ha cercato di capire, ed eventualmente approfondire, se esiste una relazione tra divorzio dei genitori e uso smodato di alcool nei figli adolescenti.
Il metodo di ricerca adottato è squello del questionario, somministrato agli studenti delle scuole medie di diverse città della Slovacchia, rivolto a conoscere il numero di volte in cui i ragazzi si sono ubriacati nelle ultime 4 settimane, se i loro genitori sono divorziati, nonché la composizione e la condizione socioeconomica della famiglia.
I dati pervenuti da 3.694 studenti, con un’età media di 14,3 anni, rappresentano il 93% del totale intervistato e indicano che esiste un’effettiva correlazione tra genitori divorziati e figli ubriachi. A questa tendenza concorrono altri fattori come l’alta posizione socioeconomica, il basso supporto sociale dalla famiglia e l’alta depressione/ansietà. L’effetto del divorzio sull’ubriacatura diminuisce solo modestamente dopo la fornitura di supporto sociale nel modello.
La conclusione a cui è giunta l’equipe, che può essere letta sull’articolo pubblicato su European Addiction Research, è che il divorzio dei genitori ha un’influenza persistente sui comportamenti a rischio dei figli adolescenti, indipendentemente dalla condizione socioeconomica e dal benessere familiare. Il divorzio può aumentare la probabilità di alcolismo più di altri fattori come il basso supporto familiare ed una bassa condizione socioeconomica.

fonte:  dronet.org

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Le attenuanti generiche stanno oramai a zero

3 Novembre 2009

Il bullismo appare sempre meno imparentato con il disagio relazionale, sempre più coinvolto in un comportamento sociale dedito al raggiungimento di traguardi altrimenti inaccessibili.

Bulli e bulle impazzano nei blog di una rete più che mai innamorata di vittime sacrificali, ben mimetizzati, amalgamati alla normalità, e quando  appaiono, è perché sono  invischiati in qualche indagine, in qualche ricerca sociologica, nello studio dei dati esponenziali che tanto allarmano ma ugualmente non consegnano sicurezza.

Sempre più il palcoscenico non è teatro unico del colpo inferto, ma terreno fertile per imparare a non fare rumore, rimanere famosi ma invisibili, al punto da non poter esser messi da parte.

E’ una competizione che si gioca tutta dentro il quadrato di un’arena immaginaria, in cui non si fanno prigionieri, al massimo qualche cavia impaurita da usare nelle giornate più noiose.

Quel giorno alla Casa del Giovane stavamo confrontandoci sulla violenza, sui protagonisti negativi assunti a eroi, i famosi da emulare, proteggere, per paura e per il piacere del sangue, naturalmente di quanti non possono difendersi.

Nella piccola aula fummo tutti d’accordo di fare qualcosa, di non rimanere più in silenzio, ci scambiammo una promessa, di quelle che è possibile mantenere, tentare di essere meno distratti nei riguardi di chi ci è vicino e fatica a starci dietro.

L’incontro era terminato, quando una ragazza mi chiama in disparte, mi ringrazia, e ribadisce che ci sono momenti nella vita di una persona, in cui l’unica maniera per non soccombere a una ingiustizia, è fare ricorso a una sorta di violenza di rinculo.

Apre la sacca e mi fa vedere un coltello a serramanico, una specie di compagno salvavita, con la speranza di non dover mai interpellarlo.

C’è evidente un’incapacità a valutare i significati emozionali, le interazioni, le stesse relazioni umane perdono interesse, fino a non riconoscere più i sentimenti, quelli che ti permettono di provare e sentire la fortezza dell’amore-valore.

Quel coltello è il messaggio di crisi di una generazione, ma anche una vera e propria chiamata alla rivolta per tutte le agenzie educative e di controllo, non è sinonimo di stile di vita per proteggere la propria, è segnale di paura che non arruola alla solidarietà, quel coltello portato in giro con malcelata insicurezza, è il prodotto di una  condizione che fa perdere contatto con la realtà.

“Non voglio essere una bulla, ma neanche una sfigata, non mi interessa denunciare qualcuno, non serve a molto, ma non voglio avere la vita distrutta”.

Una difesa tutta all’attacco, per ogni botta inferta c’è una vittima disastrata, il sequestro delle emozioni, dei bisogni, dei desideri, fino a diventare disturbo, fobia, ossessione.

Forse quando siamo di fronte al male acerbo, miope,  non è più il caso di accontentarci di occupare lo spazio con risposte che curano la patologia, forse è giunto il momento di pescare direttamente dentro le derive, dove si è eroso il livello psicologico come disagio, forse è il momento di cambiare le assi di coordinamento-apprendimento sociale, dell’educazione e della socializzazione, forse occorre trascurare meno la solidarietà fra le persone, per non farla tramutare in quella sordità che accumula odio e violenza, e non merita alcuna attenuante.

Vincenzo Andraous

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I bambini non si toccano mai

14 Ottobre 2009

I bambini non si toccano mai, non so chi ha coniato questo comandamento, ma chi lo fece, aveva ragione, ne aveva così tanta, che forse anche lui è finito pazzo per il dolore.

I bambini non si toccano mai, o più propriamente gli innocenti non si toccano mai: chi lo disse, è finito crocifisso su qualche croce dimenticata, per un momento infinito è rimasto da solo,  con l’urlo in gola a strangolarlo, con le braccia aperte, gli occhi ribaltati, il volto reclinato degli innocenti.

I bambini non si toccano mai, muoiono per strada, sulle auto, sui campi di calcio, muoiono senza colpa né misfatti, per prossimità derivate da terzi, per una sorta di nemesi congenita, che propaga metastasi, come ogni condanna al silenzio.

I bambini non si toccano mai, c’è quasi nostalgia delle leggende, delle storie che non stanno scritte da nessuna parte, delle regole e dei codici di ieri, un onore antico, di un tempo in fiamme,  di un’era cretacea, dove sono andate perdute le responsabilità che almeno facevano gli uomini consapevoli della preziosità dei bimbi che “non si toccano mai”.

Neanche quando gli interessi sono trasformati in imbrogli e peggio in tradimenti, in quella pratica che smembra i legami affettivi, il diritto di appartenere a una città, di abbandonarsi alla fiducia degli altri.

Ci attraversa un tempo che non commuove, dove le verità non sono liberate per essere apprezzate, ma spesso sono relegate nella polvere della sventura più prossima, quando la storia è azzoppata dagli agguati delle vendette, una storia che non possiede alcun elemento di verità, solamente il sangue degli innocenti.

I bambini non si toccano mai, persino su chi nulla comprende di malaffare, di cattivavita, di strade sterrate alla coscienza, incombe lacerante la ferita che squarcia la carne della ragione, quando con normalità insana, un bambino viene smontato  e abbandonato, quando una creatura viene presa a pallettoni sul viso, quando un adolescente paga con la vita il proprio diritto di cittadinanza.

Quel che accade su e giù per il paese Italia, in qualche dirupo, in qualche cantina del massacro, non si tratta di un nuovo e affascinante slang,  non è narrativa da premio pulitzer, piuttosto è pratica da non pubblicizzare, un metodo che non è sinonimo di uno sconosciuto onore e rispetto, è un’azione che non è possibile raccontare, accettare, condividere.

La violenza non ha timidezza da mostrare, nella perdita filiale c’è la libertà che non ha più valore, ha un prezzo perfino l’amore che si paga offrendo riparo all’irreparabile, all’indicibile, all’infamia più grande, quella che non è possibile difendere,  celare, manipolare, a un accadimento sub-culturale di pochi.

I bambini non si toccano mai, eppure cadono scomposti, nascosti alle inquietudini e alle indignazioni non più sufficienti, è un malore dell’anima che non bisogna tacere o  negare, non rimane che scegliere un percorso ostinato e contrario, per non rinunciare  a educare alla verità che è sempre innocente, a tal punto da rendere possibile un’altra storia, in cui i bambini davvero non si toccano mai.

Vincenzo Andraous

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Riflessione da svolgere con cura

1 Ottobre 2009

Capita sempre più spesso di ascoltare inesattezze plateali, fino a farle diventare verità  addirittura condivise, droghe pesanti e droghe leggere, una sorta di accettazione della anormalità, della canna che non fa più male di una sigaretta o di un bicchiere di vino, del calare giù settimanale, come fosse davvero un semplice fare sporadico che non ingabbia in alcuna dipendenza fisica, figuriamoci psicologica.

Questa evidente menzogna, deriva proprio dal vivere male costruito a misura dalle persone mature, nel disertare quegli interventi preventivi che dovrebbero educare allo sviluppo del proprio senso critico.

Quando parliamo dell’età in cui definire la propria identità contempla il rischio dimostrativo, i riti di passaggio, i totem schierati in bella mostra, non bisogna lasciare spazio alle confusioni e ai ritardi, occorre sbarrare la strada a una società incattivita e stanca, annoiata ancor più dei suoi adolescenti.

Rammento un incontro con i ragazzi di  una scuola, la contrapposizione tra i fautori del consumare uno spinello normalmente, e quelli che non ci stavano a ritenere la  droga una cosa normale. Non rimasi colpito dalla percentuale di giovani che amavano sballarsi, piuttosto dalla confusione che  riempiva le loro tasche.

Racconto sempre un episodio per aiutare a fare chiarezza, la storia di tre ragazzini, con le gambe larghe marciano per la città, in cerca di adrenalina, di una botta forte, di un rischio erroneamente calcolato.

Un auto sul ciglio della carreggiata, le chiavi inserite,  uno sguardo, è un attimo, ridendo sgommare via, schiacciati dall’irrefrenabile delirio di onnipotenza, a cavallo delle luci e delle regole mandate a quel paese, divertimento di una serata diversa, vissuta al contrario.

Le mani sul volante sono assalite da piccole scosse elettriche, le voci nell’abitacolo somigliano a tamburi che non la smettono di strappare l’anima, non ci sono più centimetri da tenere a bada.

Le curve sono una danza da condurre senza bisogno di vederci chiaro, gli ostacoli sono dietro, mai davanti agli occhi del ragazzo che guida, mentre stringe tra le dita lo spinello passato dai compagni al suo fianco.

Tre giovani e una canna, l’impatto improvviso, un centro pieno, che fa accartocciare la macchina intorno al platano.

Non ci sono più risate, neppure lamenti, un silenzio di pietra, avvolge quell’ammasso di ferraglia.

In tre  sono saliti su quell’auto a correre in preda all’ansia di arrivare, dove?

Ne sono discesi due, per uno di loro non c’è più domani.

Forse quei tre ragazzi avrebbero rubato ugualmente la macchina, da qualche parte era già scritto l’incontro con la devianza, non è stata la droga a fare di loro dei piccoli criminali, forse però se non c’era quello spinello, non sarebbe venuta meno la capacità funzionale della testa e degli occhi, quell’alterazione fisiologica che modifica la percezione della realtà.

Forse quel botto non ci sarebbe stato, forse da quella macchina sarebbero scesi ancora in tre.

Pronunciare quel “FORSE” è già una buona cosa, una riflessione da svolgere con cura, nelle case, nelle scuole, in ogni angolo delle nostre città.

Vincenzo Andraous

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Nicotina e cervello: perché è difficile perdere il desiderio di fumare

14 Settembre 2009

Cosa rende difficile perdere il desiderio di fumare quando si è deciso di smettere? Una risposta viene fornita da uno studio condotto dai ricercatori del Baylor College of Medicine di Houston (Stati Uniti), supportato dal National Institute of Neurology Disorders and Stroke e dal National Institute of Drug Abuse (NIDA), in cui si evidenzia come il cervello sia in grado di memorizzare eventi e situazioni che rimandano all’uso della sostanza. Il cervello, infatti, è in grado di sviluppare associazioni anche molto forti tra l’ambiente che ci circonda e le azioni che vengono compiute al suo interno, agendo, con il rilascio di dopamina, sul sistema della gratificazione quando le azioni procurano un particolare benessere e individuando tali azioni, pertanto, come positive.
I ricercatori hanno spiegato questi meccanismi attraverso esperimenti condotti su animali i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Neuron. Alcuni topolini venivano lasciati liberi di muoversi in un ambiente costituito da due compartimenti: in un ambiente veniva somministrata loro nicotina, il principio attivo del tabacco, nell’altro una soluzione salina. I ricercatori hanno misurato anche il tempo che i topi trascorrevano spontaneamente nei due compartimenti, registrandone l’attività neuronale nell’ippocampo, zona del cervello dedicata alla memorizzazione di nuovi ricordi.
I risultati hanno mostrato che nei topolini in cui veniva somministrata nicotina, le connessioni cerebrali venivano rafforzate oltre duecento volte in più rispetto alla somministrazione di soluzione salina. In conseguenza di ciò, i topolini imparavano a trascorrere più tempo nel compartimento dove veniva somministrata nicotina. Secondo il Dr. Dani, responsabile dell’esperimento, la nicotina può rafforzare le connessioni sinaptiche neuronali, solamente dopo che il segnale dopaminergico è stato inviato dai centri della gratificazione. Questo risulta essere un processo critico nella creazione di memoria associata anche a cattivi comportamenti quali il fumare.

fonte: dronet.org

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Rave party e danza della sordità

10 Settembre 2009

Da più parti si vuole insinuare un dubbio: i giovani sono vuoti a perdere, inutile prendersela con la società, con la famiglia, con il mondo adulto, il problema sono loro.

Ogni volta che un adolescente inceppa il potente meccanismo sociale, c’è qualcuno che innalza bandiere “giustificanti”,per ribadire che la generazione precedente era migliore.

Con cappa e spada e qualche artificio clownesco portiamo in scena la rappresentazione più desueta  sulla vita, su come viverla al meglio, su come sopravviverle quando non è di nostro gradimento.

Nel frattempo si ripetono accadimenti poco edificanti, fatti che non posseggono alcuna attrattiva se non quella di seminare indifferenza per chi è piegato in due dalle proprie fragilità e dalle proprie rese.

Rave party e giovani alla spicciolata, un mondo capovolto, inverso, uno sparo diritto a ogni banale conformità, a ogni inconfessabile obbedienza, che pesa come un macigno, insopportabile da trascinare appresso.

Si muore nello sport, sul lavoro, sull’auto, al parco divertimenti, si muore nel rumore e nel silenzio, in modo consapevole e più impertinente verso la vita trasformata in una danza inarrestabile in onore della sordità, del rigetto, del disamore.

Si muore muovendo il corpo, ma non vedendo, non sentendo, non capendo più che c’è anche domani, si muore in gruppo, dentro il recinto, fuori da ogni reale condivisione, senza la pietà della compassione, privati di una mano amica a sorreggerti, accompagnarti, accoglierti.

Rave party e eutanasia, chi è morto dentro muore davvero, raduni organizzati illegalmente, folle della controcultura, masse della politica underground?  Ci si va per curiosità, per passioni incrociate che hanno l’esigenza di incontrarsi, di conoscersi, di fondersi?  Per ascoltare musica come forma di espressione futuribile, alfabeto e vocabolario  per parlare finalmente alla collettività? Un tempo sarà stato così, ora c’è solo un gran bisogno di “calare giù “, per ricominciare a sopravvivere.

Forse non è il caso di demonizzare un fenomeno giovanile, però occorre avere più attenzione sulle parole d’ordine, sulle immagini, che vorrebbero possedere carisma sufficiente per un  pensiero di socialità, di unità e libertà.

C’è qualcosa di ancora sconosciuto in un rave party,  in quei capannoni dimessi, nelle storie anonime dei macchinari in disuso, dal basso delle mura altissime di diffusori sonori, che sparano drumm, hard, techno, jungle?

Stigmatizzare e giudicare una moda non è sempre corretto,  forse c’è anche del buono da salvare, ma è necessario usare le parole con un linguaggio che non fa curve inesistenti, dichiarando che l’alcol, la droga, il sesso veloce, e qualche lama di coltello, non possono apparire come una periferia ambulante ove ognuno nel fine settimana può ritornare a “essere” qualcosa di non meglio definito.

Rave party è sgretolamento del concetto di libertà, rispetto a qualunque regola e convenzione,  non è accomunabile a una discoteca, non è la trasgressione a una accondiscendenza controllata, rave è altro, il rifiuto a ogni auspicata e non più rinviabile rinascita sociale.

Rinascita sociale di relazioni intelligenti, non perchè elitarie, ma perché sane e equilibrate, mai affidate a comportamenti che sbaragliano letteralmente la possibilità di continuare a crescere e migliorare insieme.

Vincenzo Andraous

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Carcere e altre umane alternative

2 Settembre 2009

Il Carcere è nuovamente vicino al punto di rottura,  ogni volta che i riflettori si accendono sul penitenziario è per focalizzarne le brutture, le contorsioni, l’incapacità a piegare a una qualche utilità la pena, ciascuno a fornire un contributo serio per creare le basi di una funzione sociale condivisa, soprattutto a ribadire il corretto significato alle parole, alle norme, ai dettati costituzionali.

Il carcere è allo stremo, nei corridoi del dolore, le celle raccolgono i silenzi delle assenze  mal interpretate, i lamenti delle speranze usurate, dove al più è consentito di sopravvivere, ma non di imparare a rispettare la vita, perciò il prossimo: non c’è insegnamento a riesaminare il proprio vissuto, a mutare interiormente,  a scegliere se non esigere una nuova condotta sociale, con la quale ritornare a essere persone con un valore e un futuro da condividere insieme agli altri.

Sul carcere non ci sono più barzellette e raggiri intellettuali che tengono, sono andati al macero slogan e pubblicità irridenti la realtà, quella che scompagina verità e indicibilità, non sempre riconducibili alla disonestà del detenuto, a cui giustamente è richiesto di fare il primo passo verso una profonda riconciliazione verso se stesso e gli altri.

I reati diminuiscono ma gli ingressi in carcere aumentano, le carceri sono stracolme di umanità sconfitta e derelitta, soprattutto straniera, e non c’è respingimento che ottenga risultati,  così il penitenziario sprofonda in una terra di nessuno, dove l’omertà appare come un  chiacchiericcio  per mimetizzarne le ottusità, per non rimanere invischiati in quell’opera di demolizione delle speranze ridotte a bestemmie, a promontori della paura, a banali eventi critici, che però non danno preoccupazioni.

Carceri affollate e tagli di personale, carceri del dramma e dati forniti malamente, carceri della sofferenza ingabbiata, triturata, moltiplicata con scienza, perché il carcere deve emanare ribrezzo, terrore, paura, deve restare luogo di  punizione sorda e muta, dove si muore senza alcuna dignità riconosciuta, perché ritenuta blasfema, senza un obiettivo, una prospettiva, un futuro percorribile, dentro una solitudine e un abbandono che non sono casuali né accidentali, prescrizioni non scritte in alcuna norma o  legge, eppure vincolanti per tentare di sopravvivere  alla violenza che mina e scava un solco indelebile nel cuore di ogni uomo detenuto.

Bisogno di sicurezza non vuole dire massimizzare gli strumenti di castigo a discapito di quelli di risocializzazione, né approvare il suicidio indotto dalle patologie e dall’indifferenza, non è neppure abitudine alla anormalità carceraria, privilegiando l’invivibilità alla possibilità di una vita migliore per chi paga il proprio debito alla collettività.

Carcere e legalità, carcere e educazione, carcere e futuro che non c’è, mantenendo una sorta di  obbligatorietà a un tempo bloccato al reato-colpa, che non aiuta a fare passi in avanti, neppure nei riguardi di  quei famosi diritti umani di cui tanto si fa vanto.

Non siamo più capaci di guardare al carcere con onestà intellettuale, neanche al cospetto  della morte indifferente di tanti detenuti giovani e non, la ferità è lì, aperta, rischia l’infezione, perché la cecità delle coscienze non consente di ricercare concretamente altre vie, altre umane alternative.

Vincenzo Andraous

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L’impresentabilità della compassione impotente

27 Agosto 2009

Nel centro di raccolta a Lampedusa non sono più rinchiusi uomini sfiniti dagli occhi spenti, né donne e bambini, le strutture sono vuote e silenziose, messe a tacere le polemiche, le proteste, le tante storture degli sbarchi del dolore, degli ammazzamenti in mare aperto moltiplicati all’infinito.

Un atto di giustizia per molti, di calcoli opportunistici per altri, in ogni caso non appaiono più all’orizzonte barconi di disperati, clandestini da mantenere, esclusi da contenere.

Per il cittadino inferocito dalle rinunce cui è costretto quotidianamente, non udire più “uomini in mare “,è quanto meno di grande sollievo, dopo anni trascorsi a sopportare l’intollerabile, gli accadimenti inqualificabili, fino a sentirci responsabili di tante tragedie perpetrate là dove lo sguardo è tentato a perdersi.

L’impresentabilità della compassione impotente è stata giustamente interrotta, a Lampedusa è ritornata la calma, ognuno al proprio ruolo, alla propria condizione, al proprio futuro di libertà, non c’è  più un solo riflettore, una telecamera, una spiaggia circoncisa dal pianto delle donne e dei bambini alla deriva, carne umana e commercianti di vuoti a perdere rimangono al di là degli occhi socchiusi.

Una battaglia di umanità nei riguardi di chi riusciva ad arrivare vivo, ma rimaneva in ginocchio, una battaglia di giustizia per chi è stato obbligato ad accettare una vera e propria invasione, costretto a reagire  riducendo  e indurendo la propria pietà e solidarietà.

Ora il punto è che fine fanno gli uomini rimandati indietro, i derelitti, gli ultimi, i neri e gli sconfitti mille volte, a quale destino forse peggiore sono accompagnati.

Questi quesiti non sono più percepiti come improcrastinabili, perché c’è l’esigenza di staccarsi da una reiterazione invasiva così dirompente, ora è il momento di pensare a essere finalmente più sicuri in casa propria, a fare quella sicurezza che forse è riuscita togliere dalle nostre rive, dai centri di permanenza, tanti uomini e donne stremati da una vita secolarmente nemica.

Forse l’unica via percorribile era, ed è, questo respingimento, forse abbiamo perso anche troppo tempo per questa necessità non più rinviabile.

Forse è così, ma ora occorre rifare il percorso a ritroso, andare a vedere, indagare, verificare, se magari si perpetuano ingiustizie anche peggiori di quelle da poco sanate nel nostro territorio, forse occorre ritornare a osservare al di là di quegli orizzonti, dove comunque stipuliamo accordi e interessi condivisi.

Forse ora che abbiamo risolto il nostro problema, può essere salutare quanto meno per il mantenimento di quei valori di riferimento alti, di quei principi morali che ci contraddistinguono, confermando che non sono prodotti da supermercato, né occasioni meritevoli del sangue degli altri.

Vincenzo Andraous

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Coscienze vaganti e salvadanai selvaggi

9 Agosto 2009

Non è più sufficiente prendere in giro una legge, addirittura è lecito ribaltare la logica, la cultura, la stessa responsabilità di ognuno.

Sì, perché se colpa c’è,  se qualcuno ha infranto una regola, quello è il cane, l’essere vivente che non vuole essere poliglotta nonostante il terzo millennio, certamente  l’ingiusto non è l’uomo, l’essere umano, il buon cristiano.

Quanto accaduto a quel bambino in quel paese della cintura catanese, è terribile, non è semplice farsene una ragione accettabile, non è facile essere sereni di fronte a uno scempio così devastante, gli occhi rimangono bassi, fanno fatica a risollevarsi, sfuggono la realtà della carne fatta a pezzi, degli anni giovani impattati alla fine scellerata.

Cani randagi, cani inselvatichiti, cani senza collare, cani allevati per i combattimenti, cani senza padrone, almeno fino al prossimo tradimento che farà di nuovo male al cuore.

Randagi alla mercè  della fame, della reazione istintuale, piccoli e grandi, di tanti incroci e una sola razza, quella degli abbandoni e dei bisogni presi a calci, buttati sulla strada, spesso su una autostrada di speranze giunte a termine.

Cani asserviti all’uomo, dipendenti persino nell’abbaiare, padroni ipnotizzati dall’amore melenso per se stessi prima ancora che del proprio amico animale, ridotto a sopravvivere dentro le gabbie delle parole, che autorizzano a disperderli sul territorio, dove  vengono meno le responsabilità di una intera società, che non prende in considerazione l’esplosione demografica degli animali, la trasformazione degli stessi in oggetti.

Gli stessi  luoghi di contenimento trasformati in salvadanai selvaggi, gli allevamenti sempre meno consoni al valore dell’accoglienza, sempre più prossimi alle cucciolate moltiplicate  e moltiplicanti la sordità dell’attenzione di chi si candida a salvatore o carnefice della propria creatura animale, dei bambini e delle persone che ne subiscono il prezzo da pagare, per l’incuria e per l’inganno dei  comportamenti  umani  che fanno dell’essere adulto, della persona matura, proprietari di cani altamente irresponsabili, individui maggiorenni sulla carta di identità, contraffatta dall’esistenza ininterrotta da adolescenti, un’età delle sciocchezze perennemente gravida.

Ma quanti ricoveri veri o presunti ci sono sul nostro territorio? Quanti sono gli allevamenti certificati? Quante sono le agenzie di controllo e prevenzione? Quanti sono gli addetti operativi che monitorano, indagano, intervengono, affinchè il rischio dei morsi sia meno opprimente, e le certezze di più amore e attenzione per tanti animali amici risultino meglio distribuite?

Questa ennesima tragedia, come le  precedenti che non sono servite di alcun monito, non eviterà di elargire giudizi, interpretazioni, condanne e pressanti richieste di galera per qualcuno, innocente o colpevole che sia, in fin dei conti quel che conta sta nel ripetere gli stessi errori, le identiche incaute menzogne, tralasciando di investire energie e risorse importanti, per informare correttamente sull’uso e abuso dei nostri amici a quattro zampe, soprattutto su una incultura prettamente italica, che non mostra mai di cosa è capace veramente di fare l’essere umano a un essere animale.

Vincenzo Andraous

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Evasioni letterarie e dolore insonorizzato

23 Giugno 2009

Sono stato invitato a presentare un libro scritto da alcuni detenuti e redatto da due docenti dell’Istituto Superiore Volta con sede nella casa Circondariale di Pavia.

Con molto entusiasmo mi sono recato sulla prestigiosa casa galleggiante dell’Associazione Vogatori pavesi, adagiata sul letto del fiume Ticino.

“Evasioni Letterarie, pagine nate nella notte, dentro un carcere”, edito da O.M.P. è un bel volume davvero, a partire dalla prefazione di Mino Milani, elogio alla semplicità, alla normalità, alla possibilità di dire sottovoce i significati delle parole, i contenuti del cuore, che spesso crocifiggiamo a luoghi comuni, stereotipi, chiacchiericci, per non dare voce alla coscienza che bussa e non la smette.

Un libro che non  causa alcun danno collaterale, si nota subito la mano di bravi architetti, che hanno saputo mettere insieme differenze, diversità, bisogni, desideri, ma con garbo e intelligenza sono riusciti a dare ritmo a una danza che ha coinvolto dapprima gli autori, come ora accade ai lettori.

Io, che di carcere ho una lunghissima conoscenza, qualche libro l’ho letto, e qualcuno l’ho pure scritto, so che c’è sempre il pericolo di scadere in una autorappresentazione, in una arrampicata al delirio di onnipotenza, oppure  in una discesa al delirio di commiserazione, e non so quale delle due condizioni sia peggiore.

In queste pagine tutto ciò non ha contaminato una sola riga, anzi emerge il coraggio dell’uomo capace di essere forte al punto giusto per riuscire a chiedere aiuto, per tentare di alzarsi e riconquistare la propria dignità, mantenerla e custodirla.

Questo libro è importante proprio perché sottolinea il valore della dignità, ritrovata nella consapevolezza che per arrivarci occorre partire dal rispetto di una doverosa esigenza di giustizia da parte di chi il male l’ha ricevuto, da qui  la scoperta  e la necessità di nuove opportunità di riscatto, di quella nuova punteggiatura che traspare da queste storie.

Una riga dopo l’altra nella verità che assale l’uomo, la persona, una verità che fa bene a chi sconta la propria pena e allo spazio in cui è detenuto il dolore e la sofferenza, perchè in una cella non esistono eroi, né personaggi vincenti, al contrario sopravvivono solamente uomini sconfitti.

“Evasioni Letterarie” non parla solamente di un dolore insonorizzato, l’uomo recluso racconta, si racconta, ci racconta, e la storia altro non è se non il testimone responsabile a metterci sull’avviso di come l’errore e la cecità più ottusa, rimangono in agguato dietro l’angolo, all’imbocco del vicolo cieco.

Queste pagine accorciano le distanze dal nodo slegato, da quell’opposizione polare dove non c’è arrivabilità né abitabilità tra opposto e contrario, invece è possibile trasformare, modificare, cambiare a inverso diritto l’im/possibile, l’in/cancellabile, l’im/perdonabile.

Rammento un altro libro dal titolo emblematico “Riconciliazione o vendetta”, opposti sideralmente distanti, da una parte il tentativo di rimettere insieme qualcosa che è andato in frantumi, facendolo su basi differenti, dall’altra il prezzo da offrire per un riscatto.

Due contrari apparentemente inconciliabili, che però necessitano di un equilibrio, e l’autore di quel volume lo ha ben ha definito: equilibrio della rendicontazione, nei 35 anni di carcere scontati, nel dare un senso a ciò che ancora rimane, per tentare di ritrovare e ricostruire se stessi.

In questo contenitore di esperienze ben accompagnate dalle parole più semplici, è possibile osservare il passato che legge alle spalle di questi uomini-autori, obbligandoli a ripercorrere i detriti, le macerie, una sorta di umile dignità nel fuoriuscire dal convenzionale che definisce il diverso, in questo caso il detenuto, ricercando nel valore del rispetto la meta da raggiungere, quale prima forma educativa dell’essere umano, per quella auspicata ricomposizione di ogni frattura sociale.

Rispetto che non potrà mai essere insegnato attraverso un gessetto e una lavagna, una nozione elargita dal più bravo docente, o dal tormento di una cella e dall’isolamento, ci aiutano in questo impegno le persone che hanno sbagliato ma stanno tentando di riparare, ribadendo che il rispetto si apprende con l’esempio di riferimenti autorevoli, che non hanno paura di sporcarsi le mani per sradicarci dal baratro in cui siamo caduti, dalla fossa che spesso costruiamo a nostra misura.

Vincenzo Andraous

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Fare teatro in carcere cosa significa?

8 Giugno 2009

Ricordandomi di avere fatto parte di un gruppo teatrale carcerario,  mi viene da dire che a volte il teatro entra in carcere esclusivamente per intrattenere e divertire, infatti molti spettacoli hanno avuto come unico obiettivo il gioco, l’animazione, senza che fosse richiesta alcuna professionalità, o vi fosse interesse ad ottenerla.

Il carcere può essere visto come un laboratorio  in cui gli attori, in quanto dilettanti, risultano capaci di esprimere un’autenticità raramente rinvenibile in un professionista, una spontaneità e un’immediatezza che si fa evidente nei lapsus, negli scherzi, negli approcci.

La stessa genuinità che possiede probabilmente qualunque uomo della strada, dal momento in cui si trasforma in attore.

Il detenuto infatti anche se recita”dentro”, è il frutto di un “fuori”, che non può essere dissolto solo perché segregato e nascosto.

L’uomo della strada e l’uomo privato della libertà che si trasformano in attori non professionisti sono però divisi da una condizione imprescindibile: la reclusione.

La differenza diventa la forza e la magia del teatro in carcere, e si manifesta nel carico di “energie” che viene riversato sulla scena, un condensato di sofferenza e frustrazione, forzatamente compresso e coattato.

Per cui è possibile servire al teatro in quanto portatori di una umanità modificata dalla restrizione, che ricerca ed esalta le differenze, esprimendo, attraverso il lavoro una potenza drammatica maggiore.

Recitare un testo teatrale offre un doppio sostegno a chi è in una cella a scontare la propria pena, permette il libero flusso di emozioni e sentimenti rimossi e repressi dalla contenzione carceraria e spinge alla cooperazione, alla solidarietà, allo scambio con gli altri.

La memoria e il dialogo sono tra i pochi mezzi efficaci per resistere alla quotidiana e progressiva corrosione di sé.

Qualsiasi rappresentazione teatrale migliora gli uomini e la dimensione in cui vivono, operando con modalità opposte dove è contenuta, collettive anziché individualizzatrici, coinvolgenti anziché segreganti, portatrici di arricchimento affettivo e artistico, anziché di coazione a ripetere.

Fare teatro può significare che l’uomo della pena riscatti temporaneamente  il suo “involontario” isolamento, smettendo di mimetizzarsi, iniziando a narrare, a narrarsi.

Ma forse è anche il caso di chiederci oltre a quale  significato dare al  teatro in carcere, se l’ impossibilità a ristrutturare le fondamenta di questa istituzione, è confermata attraverso l’impegno teatrale o le buone intenzioni di qualche operatore o di un paio di direttori.

Alla domanda iniziale mi viene da rispondere che fare teatro in carcere consente di  vedere la differenza tra significato e funzione,  affinché non sia visto in termini di efficienza, di servizio utile in quanto terapeutico, pedagogico, ricreativo…ma tale in quanto terapia, pedagogia, ricreazione sono in sé valori del teatro.

Per buon ultimo, fare teatro in carcere non vuol dire creare false illusioni, l’uso di fantasticherie e sogni per evadere in altri spazi e in altri tempi, o in altri corpi, come può farci rammentare il falso benessere suscitato dalle droghe, tutte.

Come qualcuno ci ha lasciato detto ” fare teatro in carcere riesce ad avere senso soltanto quando il teatro stesso se ne avvantaggia: non quando resta prigioniero”.

fonte:  Vincenzo Andraous

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Navigatori esploratori del multimediale

3 Giugno 2009

Saggi e profani insistono a dire che la televisione trasforma gli adolescenti in barbari.  Penso invece che la televisione o meglio, le televisioni, non scopriamo l’acqua calda, contengono messaggi sub-liminali ormai ben noti, input “estremi” per raccogliere guadagni…e poco contano i limiti imposti dalle regole, o il bon-ton richiesto dal vivere civile.

Questo andazzo, non autorizza a pensare che ciò induca una ipnosi collettiva, la  deriva che un po’ tutti affrontiamo in questo presente, è sul serio un cataclisma che ferisce, soprattutto i più giovani, coloro che non sono in possesso di strumenti difensivi.  In particolare coloro che ancora non hanno sviluppato capacità critiche. Di certo la televisione non è il nostro genitore, neppure il nostro educatore, ancor meno il nostro compagno di viaggio. Per cui affermare che: “la vita mi è passata davanti, e non me ne sono accorto”, perché la televisione mi ha condizionato, o peggio ipnotizzato, è davvero una mera giustificazione.

La televisione è l’imputata? La corte che giudica saremmo noi? Coloro che non hanno tempo neppure per fare l’amore? Per una carezza? Per una preghiera? Mi viene da pensare che la liceità di una accusa così qualunquista al tubo catodico, sia espressa per colmare e riempire quei vuoti e lacune, più volte sottolineati, ma comodamente licenziati.

La verità, una delle tante e troppe verità, è che siamo noi ad aver creato tanti bambini spot!!!

Perché non ammettere che quando cominciano i compromessi con le proprie responsabilità di genitori, di educatori, di accompagnatori, si è destinati a una proiezione virtuale, che indica nei ragazzi una imbecillità non loro, ma piuttosto nostra.

La televisione non è il fine che compie il percorso della nostra vita, è solo un mezzo per informarci e intrattenerci; per un tempo necessario, e non per intero.

Dovremmo fare nostra la filosofia di S. Agostino, indipendentemente dalla fede che ognuno professa. Filosofia del dialogo e della relazione improntata a ribadire il valore della memoria, dell’intelletto, della volontà, per aiutarci a comprendere i segni di un disagio che è sempre più relazionale. Per non inciampare nella vulnerabilità delle giustificazioni, nelle incredulità costruite, nelle inadeguatezze improvvise.

È una filosofia che potrebbe allontanare il pericolo incombente dell’inabitabilità dell’uomo con se stesso e con gli altri, figuriamoci in una pseudo convivenza mediatica.

Condannare alla reclusione a vita la televisione non è il vero obiettivo, forse affidarci a risposte più sfumate non significa andare incontro a conclusioni errate, ma a un giudizio meno approssimativo.

Esistono geometrie che non conosciamo, incertezze, solo i comandamenti sono certi, indiscutibili.

In conclusione siamo dentro fino al collo nell’era delle comunicazioni istantanee, stiamo diventando tutti navigatori-esploratori del multimediale.

Proprio per questo sarebbe bene tendere a fare gli entronauti di noi stessi quanto meno per ascoltare-guardare   con orecchi-sguardi nuovi i tanti figli, al palo, in attesa.

Vincenzo Andraous

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La pedagogia della nonna, ossia del buon esempio

28 Maggio 2009

Gli incontri con le classi di una scuola media secondaria sono terminati, anche quelli  con  i genitori e gli operatori, per tirare le somme, per tentare un bilancio sulla ricaduta avuta sui ragazzi, per prevenire gli atteggiamenti bullistici ed aiutarli ad entrare in possesso degli strumenti necessari a non  risultare vittime né  complici.

Non è semplice disegnare una linea di confine netta, tra ciò che è una responsabilità imprescindibile nell’esser genitori, e una collettività sclerotizzata dai miti mediatici, dai maledetti per vocazione.

Eppure rimanere alla finestra, abbarbicati a una linea mediana sonnolenta, a un trespolo di cera vicino a un fuoco che divampa, equivale a cadere a nostra volta, e,  come ci ha detto qualcuno, “ chi rimane accomodato alla balconata a osservare indifferente, non è un individuo innocuo, ma una persona inutile”.

Forse nei riguardi dei più giovani, non si è solamente inutili, ma anche esempi pericolosamente induttivi a sgretolare il valore della solidarietà e autorevolezza.

Atti preventivi in azioni secondo coscienza, stili educativi e comportamenti equilibrati, per arginare nei giovanissimi gli atteggiamenti prevaricanti, violenti, dentro le classi a studiare metodi e dinamiche affinché nessuno rimanga isolato, ma spesso si mette in fuori gioco il disagio dei minori.

Da una parte si invoca l’isola felice del proprio angolino ben gestito, dall’altra si tenta di inquadrare il bullismo e il disagio relazionale degli adolescenti, la loro maleducazione e trasgressione, con la violenza, la devianza, il conflitto stesso.

Ma questa operazione confonde la pratica della violenza che elargisce sofferenza e tragedie, con la dinamica del conflitto che invece va a monte del problema, senza per questo cancellare le persone.

Per l’ennesima volta al bullo, alla vittima, ai complici caduti nella rete omertosa, rispondiamo    con una difesa a oltranza delle nostre casate, dei nostri confini, come a voler sottolineare che non c’è nulla da sapere che già non sappiamo, tranne che arrabbiarci a nostra volta se veniamo additati tra gli imputati, tra quanti alimentano questo fenomeno con la loro irrappresentabilità  educativa.

Un grande amico e pedagogista nell’incontrare il mondo dei cosiddetti grandi, per un momento ha lasciato da parte gli accessi scientifici alla ragione, consigliando ad ognuno di ritrovare l’umiltà necessaria per affinare la “pedagogia   della nonna”, quella pratica unica e insostituibile tutta dentro il concetto del “buon esempio”, del non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te, del fare bene o al meglio delle tue capacità, se pretendi che faccia altrettanto anche tuo figlio.

Essere genitore significa conoscere il proprio figlio, essendo presenti, disponibili, non abituandoci e non abituandolo a NON creare mai problemi, ma a ricevere un amore speciale, dunque a essere entrambi degni di stima, affinché non esistano abissi insondabili, dialettiche cifrate, parole non più leggibili, causate dal desiderio di avere tutto “misurato” al nostro sentimento, rischiando così di non considerare gli avvenimenti fuori dalla nostra ottica, riducendo la distanza dai giochi più feroci, dove quasi sempre è il più giovane a perdere la partita più importante.

Vincenzo Andraous

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La tua preghiera al mio cuore

20 Maggio 2009

Un amico sacerdote mi ha ricordato con una preghiera, e immediatamente mi sono sentito meglio: quando qualcuno accompagna me e la mia famiglia con un abbraccio fraterno, dentro me qualcosa si muove, si accalora, si divincola dalla mia insensibilità mutante.

Qualcuno prega per me e lo fa senza scalpiccio di parole, né palcoscenico di ritorno, lo fa così come ne è capace, con la dolcezza di una preghiera.

E’ una verità che moltiplica la mia curiosità, la mia meraviglia, e mi fa diventare audace perfino nel chiedermi se sono capace di pregare, se riesco a farlo perché ne sento il morso che mi avverte della mia poca capacità alla fatica verso me stesso e gli altri, oppure è solamente un momento di calma piatta per non soccombere allo stress.

Pagine di sussurri e grida, volumi e autori di fede, silenzi che parlano messi da parte in attesa di un sussulto, di una domanda che spinge e esige una risposta, anche solo una parola che sollecita un sollievo a non esser più soli, ma insieme agli altri, a quelli che caparbiamente seguono orme digitali che non è facile vedere, forse solamente udire, un richiamo che accompagna il cuore dove le bramosie smodate, l’odio cieco, le intolleranze più rigide, hanno esigenza di essere messe pancia a terra, nei luoghi della riflessione e del rinnovamento.

Il mio amico don mi ha spedito in un messaggino la sua preghiera, nessun vociare o gran parlare, pochi segni per sentirmi meglio, un po’ meno avanti rispetto alla realtà quella vera, un po’ meno indietro rispetto alla verità che non è possibile barare.

Una preghiera semplice, comprensibile alla testa come al cuore, affinché abbia occhi e sguardi nuovi per applicarmi, impegnarmi, nella fatica che occorre per favorire nuovi cambiamenti.

Una preghiera con le labbra ferme, con energia psichica in movimento, che incontra le altre parti, quelle logorate, dimenticate, una preghiera che bisogna fare circolare, sconvolgendo le linee di confine,  opponendo ai divieti dell’egoismo e dei giudizi arbitrari, la consapevolezza che non è importante vivere di rendita, sugli allori delle medaglie ottenute, bensì vivere in modo dignitoso, costruttivo, anche quando i detriti del passato rimangono a destare la coscienza.

Non è certo la verità a creare problemi, la si cerca e ricerca partecipando con un dubbio, con una certezza, attraverso una sensibilità differente, guardando noi stessi riflessi in quella Croce, in quell’Uomo, in quella bocca chiusa, in quella voce che non fa rumore, ma si sente, dentro, dove non è facile riscattarsi dalle abitudini che offendono e umiliano l’amore più grande, troppo spesso preso a gomitate per mancanza di altri responsabili.

Chissà se sono capace di pregare, dismettendo i panni della violenza nel barricarci dentro noi stessi, nel non rispondere a nessuna chiamata, nel  pensare unicamente alle nostre esigenze, calpestando quelle degli altri.

Una preghiera, un canto silenzioso, una parola dietro l’altra, sopra e sotto ogni giorno che la vita dedica, una preghiera per imparare a credere, a avere fiducia, a entrare nel proprio vissuto, in quello dell’altro, una preghiera per essere finalmente disposti a cogliere le prossimità, le reciprocità, le responsabilità di un impegno sempre nuovo.

Una preghiera per essere davvero disposti a tenere conto di chi mi è vicino, anche di chi poco più in là rimane sempre più  spesso invisibile.

Vincenzo Andraous

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Bisogna davvero scuoterci da subito

14 Maggio 2009

Il crimine non è mai casuale, non ha forme sconosciute, neppure passaporto contraffatto, è violenza, e come tale conferma la sua avanzata o la sua ritirata, è la sua mutazione a sorprendere, la sua mimetizzazione a preoccupare, la sua codardia a fare la differenza con la realtà che si è costretti a vivere.
Per chi nella vita ha percorso sentieri ingarbugliati, spesso inesistenti e inventati a propria misura, non è difficile spiegare perché si sceglie il pericolo dei rischi estremi, piuttosto che la “banalità” di una vita insieme agli altri.
“Il voglio tutto e subito” lasciato a briglie sciolte, miscelato con il delirio di onnipotenza, fa da detonatore a un’ agire infantilizzato, e quando questa reazione prende il via, non c’è misura al dolore che arrecherà, alle tragedie che si consumeranno.
Si torturano coppie di vecchi indifesi per quattro spiccioli, fino a ucciderli per arraffare i risparmi di una vita. Si bastonano a sangue due coniugi che non possono difendersi per appropriarsi della poca pensione che neppure c’è più. Si prendono a calci giovani donne per stuprarle con disprezzo per la dignità rubata.
Perfino nella società sottobanco, in quella scolpita nel ferro e nel fuoco, nella cattiva vita che rigenera se stessa nella cultura della morte, preoccupa la metamorfosi che implode e esplode, che cambia i profili degli stessi principi fondanti. Onore, coraggio, forza, sono solamente un vago ricordo di una sorta di codice banditesco oramai carta straccia neppure riciclabile.
Il crimine porta con sè vite dimezzate e esistenze defraudate, sofferenze e ingiustizie, non vi è possibilità di una giustificazione, di una difesa onorevole, di una facile ammenda per chi commette questi reati.
Quando si infierisce fino a rendere una persona qualcosa di irriconoscibile, allora non è più solamente un atto criminale, un doloroso fatto di cronaca, è qualcosa di assai peggio, perché non è comprensibile per la gente per bene, ma nemmeno per quanti stanno nel sottomondo civile, non può passare inosservata una gestualità così indegna e miserabile.
Chi ha vissuto cent’anni tra una lucida follia e il passamontagna, sa bene che non è una pistola, un mitra o un bastone, a fare un uomo, non è l’arma a fare la differenza, ma il suo contrario.
Non ci sarà mai una giustificazione o una attenuante sufficienti per ribadire che la violenza è un atteggiamento mentale e fisico inaccettabile, e che il crimine più scellerato non potrà mai essere barattato con una sorta di finzione del silenzio, perché in questa pratica dell’annientare premeditatamente chi non può difendersi c’è l’intera inaccessibilità alla comprensione.
Questi accadimenti non possono diventare materiale da romanzare spettacolarmente per eventi filmografici, oppure da somministrare per una mera statistica, in questa ferocia inusitata, non può esserci solamente una responsabilità riconosciuta attraverso la solita condanna, i soliti richiami a una conquista di coscienza.
Forse è giunto il momento di guardare con lo specchio dentro il nostro stomaco, e non rimanere nuovamente schiacciati dall’incultura delle ideologie, delle subculture mascherate, dalla violenza socialmente autorizzata.
Occorre smetterla di passare oltre, bisogna davvero scuoterci da subito, è urgente farlo affinché non si ripetano gli stessi inaccettabili errori.

Vincenzo Andraous

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Eva

5 Maggio 2009

Eva è una bambina dai grandi occhi sparati addosso al mondo, è una fotografia che non s’impolvera, un tempo che non finisce mai di stupire.

Eva è la risposta alle domande insolute, ai quesiti addormentati e messi da parte per non affrontare gli incroci, gli ostacoli che l’esistenza propone nelle scelte che arrivano, che avvertono delle precedenze, degli arresti, delle responsabilità da rispettare.

Eva è lì che ascolta il racconto di una storia vera, che serva a dedicare un pensiero di speranza a chi è all’inizio della strada, e per cominciare bene, bisogna non sentirsi mai soli.

C’è sempre un momento in cui anche il più ottuso degli uomini è costretto a lasciare sguarnito il proprio quadrato delle rigidità ostinate, scegliendo di essere interprete di una nuova attenzione, di abitare finalmente la responsabilità del proprio vissuto.

E’ possibile farlo nel silenzio costretto di una cella, nell’ascolto di una preghiera, nella fatica di una relazione importante, condividendo il cambiamento che aiuta a spostare i piedi e il cuore dall’angolo in cui spesso restiamo disabitati.

Come raccontare a una ragazzina e a qualche bullo inebetito dal proprio ruolo, che forse per cambiare la storia dovremmo condividere una responsabilità, quella di ammettere che gli artefici dei nostri guai, delle nostre sfortune, non sono gli altri, ma che “ l’unico vero problema sono io“.

Il passato non si cancella, non scompare, ma è possibile distanziarlo, e renderlo materia di riflessione, di interrogativi, persino quando la domanda incupisce, inquieta.

Ecco, proprio in questo frangente è necessario sottolineare l’importanza di non perdere contatto con noi stessi, e sapere sempre dove sono le persone che amiamo e che stimiamo, quelle che possono aiutarci a non fare scelte sbagliate, offrendo le proprie capacità per scardinare il piedistallo su cui poggiano il mito della forza, della prevaricazione, della violenza.

Quel giorno, una bambina mi è corsa vicino, mi ha toccato la mano, e facendomi scivolare dentro qualcosa, è fuggita via.

“Vince, io non so se gli uomini ti hanno perdonato, ma Gesù lo ha fatto ne sono sicura, e voglio dirti che anch’io ti ho perdonato”.

Per tanto tempo ho inseguito quelle righe minute, scritte con ordine e con garbo, per tanti anni mi hanno accompagnato nel lungo e lento viaggio di ritorno, quante volte mi sono chiesto se Eva in quell’attimo fuggente era stata sola con la sua penna, e se avrà ripensato alla facilità con cui si può perdere ogni cosa, la propria famiglia, la propria libertà, anche la propria dignità.

Quando penso a Eva, al suo insegnamento forte, mi viene in mente cosa ha detto un’altra grande donna, ferita nel profondo da un dolore indicibile: “ La Giustizia ha sempre da riparare, affinché non scompaia la disponibilità umana del perdono, ma perché ciò possa avvenire occorre riconoscere con consapevolezza i propri errori.

Gesù parlò al ladrone, è vero, ma con quello che ebbe il coraggio della dignità ritrovata, per chiederGli di poter abitare nel Suo regno”.

Vincenzo Andraous

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Dalla famiglia la sfida al rinnovamento

28 Aprile 2009

“Eclisse del mondo adulto”, qualcuno ha così decodificato la realtà in cui gli adolescenti si appropriano del senso di appartenenza al vuoto, un nuovo amico che tace, accondiscende nel silenzio riverente.

Ogni volta che l’incontro con il mondo dei grandi prende il via, accade qualcosa che sovverte le certezze e sicurezze riposte in bella mostra, armature luccicanti in dotazione a un esercito schierato, come a voler respingere qualsiasi attacco esterno.

Il nemico non è quello dei barbari al di là del confine, degli indiani relegati nelle riserve, è seduto alla nostra tavola, partecipa alle nostre feste, sta riparato dalla speranza contusa ma insopprimibile che riponiamo nei nostri figli.

Discutere di violenza, di quella capacità a offendere e ferire, di quella volontà a umiliare e lacerare, con cui gli adolescenti si fanno la guerra, equivale a dichiarare aperto un altro fronte di conflitto, quello esistente tra gli adulti, ed è in questa linea mediana incendiata  dall’irresponsabilità che si guadagnano i galloni da generale i bulli.

Proprio in quello spazio fintamente neutro, ove sottolineare l’autorevolezza necessaria a gestire i conflitti, i grandi hanno perduto una grande occasione, confutando l’estrema importanza del rispetto delle regole, prese a calci in anni oramai consunti e non più spendibili a buon esempio.

Gli adolescenti si coalizzano con le loro regole, le loro abitudini, i loro totem e scambi veloci, nel contempo il mondo degli educatori si sgambetta, manomette gli indici di ascolto, le stesse attenzioni in particolarità senza remissione di peccato.

I conduttori di idee ed emozioni deragliano a seconda dei propri bisogni e desideri, con il risultato di confondersi con uno stato delle cose reso volutamente accettabile, una specie di raggiro mimetizzante per non perdere tempo con le sottigliezze, le cose normali, come le ragazzate che lasciano il tempo che trovano.

Il pianeta adulto c’è, esiste, è presente quando deve castigare le intemperanze del bullo, un po’ meno per chiarire con la stessa determinazione, un altro concetto, altrettanto importante, quello della propria capacità a esserci nei momenti del dialogo e del confronto che fanno abituare alla  fatica, per pensare la violenza come uno strumento di eliminazione e non di superamento di un problema.

Si interloquisce alla scuola della precarietà della parola, eppure il futuro di questi genitori di domani è racchiuso nell’accettazione della sfida al rinnovamento della famiglia di oggi, di quanti credono in un progetto educativo e una collaborazione di contenuti, che risolva una volta per tutte il disamore per il mestiere più difficile, che costituisce il valore fondante della nostra storia.

Per cercare di disarcionare la disattenzione degli adulti a casa, a scuola distanti dai banchi presi a calci, e distinguere tra comportamenti prevaricanti inaccettabili, e atteggiamenti competitivi esilaranti, c’è urgenza di confidare nelle capacità professionali  e umane di chi conduce e allena alla palestra della vita i più giovani.

Ci vengono in aiuto  le parole di don Enzo Boschetti: “con l’amore e la fiducia”  delle proprie emozioni che non ci rendono oppressi dai fallimenti, ma entusiasti di avere di fronte persone disposte a ripartire, a ricominciare, nel rispetto cui ognuno è dovuto per ri-conquistare il proprio equilibrio e la propria dignità, di più, per riconoscere nell’altro la parte di noi mancante.

Vincenzo Andraous

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Una pena rispettosa della dignità della persona

8 Aprile 2009

C’era una volta il carcere inteso come casa di vetro, un luogo ove era possibile “ guardare e vederci chiaro “, uno spazio in cui la società civile, poteva osservare ciò che in un penitenziario accadeva, ma soprattutto ciò che non accadeva.
In un paese come il nostro, dove ogni giorno il passo indietro è più veloce ed esteso di quello fatto in avanti, per arginare un fenomeno diffuso come l’illegalità, non basterà certamente la configurazione di un carcere costretto a vivere di se stesso.
Sembra un secolo quando dal carcere potevano uscire suoni di cultura del bello, di ricostruzione morale, di collaborazione tra dentro e fuori, nuovi orientamenti esistenziali, cambiamenti interiori e non lamentazioni.
Oggi crea imbarazzo persino discutere sulla possibilità di umanizzare la pena, per l’italiano medio è più sbrigativo e meno impegnativo risolvere la questione con il metodo della chiave buttata via, della battuta fuorviante che non c’è certezza della condanna figuriamoci della pena, insomma macerie dialettiche su cui spostare qua e là l’attenzione.
Forse non è sufficiente richiedere a gran voce inasprimenti delle pene, costruzione di nuovi complessi penitenziari, non convince più la formuletta: “nel paese delle bugie, la verità è una malattia”.
Perseguire con onestà e coerenza un vero interesse collettivo significa pensare al benessere delle persone, quelle innocenti, quelle spesso indifese e più deboli, quelle che sono state spinte, a volte disperatamente a esprimere una doverosa esigenza di giustizia.
Interesse collettivo è anche dare dignità alla pena, perché non si trasformi in una condizione contraria al senso di umanità, deprivata della possibilità di riabilitazione, di una speranza che non rimanga mera illusione.
Interesse collettivo non è qualcosa di opinabile, è un preciso salvacondotto alla solidarietà costruttiva, quella che non spende tutto di sé, limitandosi a spedire in galera chi sbaglia, ma anche si impegna affinché chi entra in prigione non abbia a uscire destrutturato al punto da non risultare più annoverabile tra le persone o gli esseri umani.
Un preciso interesse della collettività non sta solamente nell’utilità indiscutibile dell’azione penale, ma altrettanto bene sta nel visionare la detenzione che ne conseguirà, non è possibile essere intransigenti con il reato e disattenti sulla compromissione nelle condizioni di invivibilità all’interno di un istituto carcerario.
Non è materia secondaria investire energie e danari per giungere a una pena rispettosa della dignità delle persone, propensa a una architettura del fare che persegua parametri essenziali per considerare plausibile un nuovo orientamento sociale.
Quale carcere e quale interesse collettivo privilegiare: le risposte che sapremo fornire, risulteranno la conferma di una malattia inguaribile, oppure l’intuizione necessaria per tentare la cura più appropriata.
L’ampiezza del reato, l’intensità della condanna, non consentono oltre di trincerarsi dietro l’enigma insoluto di un carcere vessato e umiliato a una sorta di terra di nessuno, ma proprio attraverso questa autoipnosi collettiva, ripartire, investendo sulle risorse degli uomini, riformulando un percorso condiviso di nuove opportunità, riconciliazione e riscatto.

Vincenzo Andraous

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Tre ingiustizie da riparare

28 Marzo 2009

In una scuola lombarda per svolgere il tema: bullismo, che fare ?
C’è una grande difficoltà ad ammettere questa forma di disagio, e perfino una non troppo velata presunzione a negarne la presenza in casa propria.
Che ciò non si verifichi in tutti gli istituti scolastici è chiaramente una cosa buona, ma svolgere un intervento educativo, una forma diretta di prevenzione, per conoscerne i lati oscuri, quelli meno avvistabili persino da chi è deputato a ben vedere e meglio leggere una eventuale forma di disagio nei giovani, ritengo sia altrettanto buona cosa da svolgere tutti insieme.
Ho incontrato ragazzi vivaci e pronti al gioco, ma soprattutto ho avuto modo di apprezzarne la partecipazione, l’attenzione e collaborazione a fare i conti con eventuali forme bullistiche.
Allievi e docenti attenti a considerare nel rispetto delle distanze che sottendono i ruoli e i significati delle parole, lo sforzo di crescere insieme, di non dare forfet sotto il peso della fatica, quella che attende il ragazzo impegnato nello studio, e l’adulto-educatore a modificare un apprendimento sociale a volte irresponsabile.
Raccontare a una classe di adolescenti posizionati al nastro di partenza, l’importanza di custodire la propria libertà, nel rispetto che ci vuole per mantenerla inalterata, farlo anche dove non c’è violenza né prevaricazione, quanto meno per non ritrovarsi smarriti e privi di strumenti a difesa se improvvisamente dovesse accadere, o solo perché conoscere significa non avere paura di affrontare i pericoli e le conseguenze.
Occorre parlare di queste cose, farne materia di confronto, bisogna costringere a uscire dal proprio fatalismo come dalla disattenzione, raccontare come un bullo, un violento, un prepotente, è artefice di tre grandi ingiustizie, che relegano la giustizia a fare da palo alla propria inefficienza.
Tre ingiustizie che occultano l’anormalità quotidiana, la prima riguarda la vittima, quello etichettato a sfigato, lacerato e contuso nell’anima, che subisce la violenza senza ricevere il sollievo irrinunciabile della riparazione.
La seconda ingiustizia concerne i compagni-complici nel silenzio, quelli che sono fiancheggiatori per paura e disamore per la verità, perché costa impegno e fatica, ma abbatte l’infamia dell’omertà, che fa pagare il prezzo più alto agli innocenti.
La terza ingiustizia colpisce l’eroe negativo, lo pseudo-furbo del gruppo, quello che non è mai escluso, ma sempre al centro della commedia da recitare, ma spesso apparire sulla pelle dei più deboli con l’arma della violenza, significa perdere contatto con la realtà: allora la panoramica muta sembianze, la visuale non è più la stessa, e la caduta conseguente si fa dirompente, tutta dentro una finzione del silenzio inaccettabile.
Bulli di una società disarcionata dalle sue regole, che invece sono terra fertile per fare ottenere all’albero della vita radici profonde, da non spiantare alla prima folata di vento.
Ritorno da quella scuola con una grande speranza, in forza dei tanti insegnanti, degli educatori, delle persone formate alla pazienza della speranza, che non ci consente di abituarci mai ad una scuola disabitata di amore e di fiducia.

Vincenzo Andraous

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Un assalto umano disumanizzato

14 Marzo 2009

Non c’è giorno che non venga scandito da un assalto umano disumanizzato, perpetrato nei riguardi delle donne, nei confronti di un bambino, di una giovanissima.
Il branco è nell’ombra, predisposto a un’opera demolitrice, a violare la realtà dell’altro, sconvolgendone l’equilibrio e compromettendone il benessere, un’azione infame nel più profondo del termine, dove non c’è lessico che tenga per definirne il raccapriccio.
Ciò che deve scuotere le coscienze è l’infamia che non consente giustificazioni, né ansia da contagio, ma promuove una linea comportamentale priva di black-out ideologici: infatti con le ideologie stendiamo ipocrisie e false aspettative, non cogliamo le urgenze né le insopprimibili necessità-priorità, a riconferma che donne, bambini e anziani non si toccano, non si debbono toccare, non bisogna permettere che ciò accada.
Il branco si fa beffe della bellezza, della fragilità, entra a gamba tesa dove l’innocenza e la stessa femminilità regalano al mondo il piacere dell’esistenza, e all’esistenza il miracolo del futuro che nasce e cresce, perché custodisce il segreto dell’amore più grande.
Sociologi, pedagogisti, psicologi, preoccupati per le dimensioni crescenti di questo fenomeno, nella torsione in cui costringe l’attualità, che somiglia sempre più a un’apnea soffocante, tant’è che ognuno esplicita ragioni diverse per spiegarne l’exploit.
Si coglie il male, lo si traveste di bugie, lo si affascina con il dolore dell’altro, per colmare i propri vuoti e le proprie assenze, che diventano patologie.
Non c’è ritocco al corredo del codice genetico umano, una eventualità del genere non è possibile nel breve passo che intercorre tra una generazione e l’altra, allora come è possibile che a ogni pagina appare la notizia di uno stupro, di una violenza da poco commessa, ciò non solo nelle strade, nei vicoli ciechi, nelle campagne buie, ma nelle famiglie, dove dovrebbe prevalere il principio dell’amore, dei vincoli affettivi, nella continuità del vivere insieme. Eppure proprio all’interno del nucleo famigliare, vicino al focolare passa sotto silenzio questa pratica infame, proprio lì, ognuno assume il ruolo parossistico di teatrante, recita la parte di chi nega, di chi non vede, di chi occulta e passa avanti agli abusi che non hanno fine.
In questa ferita c’è l’esperienza intera del dolore, dell’amore frustrato, un modello che si tramanda senza che alcuno intervenga a porre un freno, eppure come ha detto qualcuno “ i ragazzi violenti del futuro sono ora dei bambini “, proprio quelli afferrati come oggetti e spogliati di ogni emozione.
Occorre ritrovare un senso comune non più rinviabile, non sono più sufficienti le notizie, il bombardamento mediatico, forse è arrivata l’ora di un ripensamento culturale che sia sinonimo di coinvolgimento, nel discuterne e rifletterne insieme, non solo per preservare le menti giovani dalla violenza che non risparmia alcuno, ma per coltivare in chi cresce un senso critico sano e attento ai valori della vita, quella di tutti, soprattutto delle donne, dei bambini, degli anziani, CHE NON SI DEBBONO TOCCARE MAI.

Vincenzo Andraous

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La violenza non corre all’angolo della pietà

5 Marzo 2009

Ricordo un paese del nord, un campo sportivo, tanti ragazzini rincorrere un pallone, scalciare e gridare.

A scuola, in classe, per la strada, le solite voci, sempre quelle, come i volti e le mani additare, “ecco arriva il terrone, eccolo è  arrivato”.

Un giorno dopo l’altro, dalle elementari, alle medie, a rimbombare nella testa quella parola “terrone”.

Uno sgambetto, un goal annullato, un dribbling di troppo, e quel ragazzino per terra, sempre sotto, schiacciato dal peso e dalle manate dei compagni, finchè un giorno accadde qualcosa di imprevisto: “ il terrone “ fece una scoperta inaspettata, un incontro che mutò la sua esistenza, tracciò la sua storia e purtroppo quella di tante altre persone.

Mentre la squadra compatta avanzava verso l’obiettivo da atterrare, il terrone afferrò una pietra ai bordi del campetto, senza pensarci due volte, la calò con forza sulla testa del primo ragazzino che gli stava venendo addosso.

Il plotone d’assalto si arrestò, le urla cessarono, da quel giorno non ci furono più sberleffi, minacce, offese, né in campo, né in paese, il ragazzino era diventato il pericolo da rispettare, quel gesto aveva trasformato l’ambiente e le persone, a 13 anni era diventato un “protagonista”.

Così fu con tutte le tragedie che seguirono.

Rammento bene quella rappresentazione adolescenziale, non ci fu apprendistato per il terrone, la discesa al dirupo fu istantanea.

A tanti anni di distanza il mondo si è capovolto, è andato in testa e coda, si è rinnovato, eppure persistono ancora le identiche dinamiche e pratiche conflittuali, violenze e indifferenze, come se la storia fosse una comparsa anonima che replica se stessa, senza un passato e un presente che collaborano e convivono per disegnare una forma accettabile di futuro.

La violenza non fa passi indietro, non si piega alla ritirata, non corre all’angolo della pietà. L’attualità sconvolge i cuori e la ragione, giovanissimi che violentano una compagna di banco, bulli che rapinano e stendono a terra i coetanei impauriti, piccoli devianti che bruciano e lacerano nel tentativo di asservire al loro vuoto esistenziale il più debole e indifeso.

La società imbarbarita e abbruttita non ha più capacità educative autorevoli per mettersi a mezzo a una fraintesa adrenalina derivante dal sangue, dal dolore, dalla morte.

Ogni giorno il livello di scontro culturale è in aumento, non ci sono più regole, solamente territori da conquistare, a caccia di prede ignare da impallinare “per vedere l’effetto che fa”.

A tu per tu con la violenza, da quella dei resoconti di ieri e di oggi, che diventano una regia ben orchestrata per quella violenza che sarà senz’altro domani, è una violenza che spesso non incoglie inaspettatamente, è una violenza sottopelle, c’è, è lì, inebetita dalle immagini, dalle sequenze, dai suoni che la accompagnano: i video, i film, internet, la tv, sparano e ripropongono la botta alla nuca come una malvagità attraente, il colpo finale come una metafora soddisfacente, la carne a brandelli come una sintesi del vivere quotidiano più normale.

La violenza è sempre padrona di sciagure e devastazioni, soprattutto tra i più giovani, quelli che non sanno o vogliono contare fino a dieci, quelli del  tutto e subito, quelli che usano il sasso invece della pazienza  e della capacità di chiedere aiuto agli altri, perché ci hanno insegnato a non fidarci di nessuno, a pensare illusoriamente a salvarci da soli.

Se ripenso a quel ragazzino, a quella pietra, alla scoperta della violenza, mi viene in mente come a volte il passo sia breve per passare da un comportamento bullistico a quello deviante, entrare a fare parte della sequela degli abbandoni, delle visioni unidimensionali, dei deliri di onnipotenza.

Vincenzo Andraous

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Parole sulla paglia facile a bruciare

26 Febbraio 2009

Voce grossa, minacce, multe e ammende, per barboni e clochard, per pezzetti di umanità dislocata qua e là, a margine delle coscienze.
Fronte comune contro queste presenze inaccettabili, nelle città, come nelle periferie, come a voler scacciare un’immagine che fa paura, semplicemente perché quella fine non vogliamo neppure che ci sia messa di fronte, come uno spaccato di qualcosa poco bello che ci passa da tempo vicino, al punto da farci infastidire e sobbalzare.
“Marginalizzati e solitudinalizzati”, termini ufoidi per definire una nuova classe di intoccabili, “cose” da tenere lontano, ben recintate nella nostra indifferenza e timore di averci a che fare.
Queste persone ( perché di persone si tratta ), rimangono concentrate dove il buio le nasconde agli occhi innocenti, in liste ben redatte per meglio distribuirne le strategie dell’incuranza, uomini e donne che ogni giorno trasudano la propria sofferenza nella malattia dell’inconciliabilità, in una diaspora esistenziale che esprime la resa di uno spicchio non indifferente di umanità.
C’è un senso di inquieta ripulsa verso chi è povero e derelitto, verso chi inciampa e cade malamente, una sensazione strana e ambigua nei riguardi di chi non ce la fa a stare al passo del più fortunato, con quello sbilanciato nell’acquisto e nello smercio delle merci, intese come beni di consumo e non delle idee.
A rendere le cose ancora più opprimenti e irreggimentate nel nuovo pensiero di lontananza, sullo schermo televisivo scorrono immagini studiate a tavolino per apparire socialmente accettabili, perché non abbiamo mai tempo per pensarci su, per prendere una distanza, una posizione costruttiva foriera di un cambiamento, di una emancipazione, infatti la notizia successiva incalza, non consente libertà di senso critico: allora è meglio additare e tenere lontano chi non regge il ritmo, evitando contaminazioni deplorevoli.
Quando abbiamo a che fare con gli ultimi, con quelli che davvero non hanno niente e non vogliamo essere noi, spesso scordiamo che il mondo, le sue strade e le sue città, sono state percorse e vissute da altri poveri, che ne hanno tracciato la storia, permeando la vita di un coraggio semplice e importante, al punto da cancellare le dimenticanze culturali, costruendo un ponte di reciprocità convissuta.
San Francesco, Madre Teresa, don Enzo Boschetti, uomini e povertà ricca di dignità, di generosità, di doni preziosi per altri uomini che hanno speso l’intera vita a cercare, a ascoltare, a fare, dimostrando come l’essere umano può elevarsi alle altezze dello spirito, in slanci straordinari di gratuità.
Attraverso questi testimoni del nostro tempo, dobbiamo renderci conto che il nostro agire quotidiano con gli altri, non è sostenuto da un impegno concreto a edificare la casa del rispetto per l’altro, evitando di fare consumare le parole sulla paglia facile a bruciare, scansando scambi relazionali soddisfacenti, meglio, umanamente degni.
Sono uomini e sono poveri, ma restano comunque individui, persone e cittadini, che meritano rispetto.

Vincenzo Andraous

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Una disconnessione mentale ed emozionale

18 Febbraio 2009

Si violentano le donne, si umiliano, si offendono nella carne e nello spirito, poi si gettano via. Si bruciano vivi i barboni con una risata sgarbata, tutta l’indifferenza nei riguardi della dignità umana, un menefreghismo costruito a misura, verso quanti deboli e indifesi possono essere usati come divertimento contro la noia.
Donne e clochard, scagliati in faccia alle coscienze, sempre pronte a trovare un capro espiatorio, sempre quello, sempre uguale, sempre meno attendibile: siamo circondati dagli stranieri, oramai siamo in preda al panico, ridotti al filo spinato delle parole lanciate a grappolo, dei colpi di pistola sparati nel mucchio.
Come se tutti i guai fossero riconducibili ai comunitari indesiderati, certamente un fenomeno da riconsiderare nei numeri, nella qualità dei ruoli, ma altrettanto sicuramente non responsabili dei mali della nostra società.
La mattina osservo gli adolescenti fermi alle stazioni dei pulman, nei pressi delle scuole, sono bestemmie e pugni sul muso, spintoni e occhiatacce, gruppi che si fronteggiano, muscoli e odio che sale nei riguardi dei più deboli, per quanti non hanno, non posseggono, non potranno avere.
Nella famiglia, il microcosmo che costituisce costruttivamente il macrocosmo collettività, anche lì vedo calci e prepotenza, come se improvvisamente nelle nostre vene scorresse un liquido inquinato e inquinante, la peggiore espressione della nostra disumanità.
Primo levi ci ha lasciato in eredità che occorre credere nella ragione e nella discussione, che all’odio bisogna anteporre sempre e comunque la giustizia.
Forse proprio in queste parole c’è la chiave di accesso per scardinare l’oblio in cui ci siamo cacciati, la lentezza di un intervento educativo capace, la stanchezza per un’esistenza che non consente più pause, riflessione, ascolto, e un briciolo di pietà.
La pietà questa compagna di viaggio ripudiata, messa al bando, da un odio che cresce, che fa sponda alla paura, e rende invincibili i branchi in agguato, eroi i vigliacchi, leaders chi non potrà mai esserlo.
Ricordo qualche tempo fa quando ho sostenuto che non si trattava di mera sporadicità, né di accadimenti incredibilmente da fuori di testa in via di esaurimento, rammento bene le alzate di spalle, i comportamenti di spocchiosa alterità.
Qualcuno dirà che non siamo ancora a questi livelli di urbanizzazione incontrollata dell’odio, eppure se guardo negli occhi un adolescente, leggo oltre alla spavalderia dell’impunito, l’incapacità di accettare un’altra persona diversa da se stesso, in quello sguardo c’è lancinante l’assenza di un qualche dubbio, di contro ci sono gli sms che cristallizzano una società materializzata e livellatrice, al punto da disconoscere quel pudore essenziale per non dichiarare fallita in partenza la nostra personalità, il nostro valore di esseri umani.
Un indiano bruciato vivo, un altro clochard dopo quello di Rimini, un’altra persona al macero che non faceva male a nessuno, ma rendeva inqualificabile l’arredo urbano.
Perdiamo tempo a domandarci se è xenofobia, razzismo, o più semplicemente è il risultato di una disconnessione mentale e emozionale, e allora dalle università alle scuole secondarie non è più sufficiente arrancare sul compito dell’istruzione pura, ma bisogna affiancare un’azione educativa influente per autorevolezza, che trasmetta l’importanza del legame tra un individuo e l’altro, anche quello solo apparentemente diverso, o spesso, unicamente meno fortunato.

Vincenzo Andraous

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Al supermercato delle idiozie

6 Febbraio 2009

Non è più sufficiente gabbare leggi e sanzioni per mantenere una “libera circolazione delle droghe”, per mantenerne vivo lo smercio e il conseguente acquisto, da parte dei soliti commercianti di morte, degli instancabili ricercatori di sogni e doppiezze interiori.
Ora il pianeta degli anni corti, dei ragazzini dalle gambe larghe e le mani in tasca, smanetta su internet, basta guardare su alcuni blogs e accorgersi dei tanti ragazzi che perdono tempo e sonno, a raccontarsi il proprio sballo, il trip appena concluso, da iniziare a breve, per l’ennesima volta.
Ognuno spinge avanti l’altro, ciascuno affascina l’altro, imprudenti al salto in avanti, che a gioco lungo non fa sconti a nessuno, neppure di fronte a due occhi spaventati costretti alla ritirata.
Droga a valanga, la solita, quella nuova, adesso anche le erbe, definite droghe finte, eppure sono sostanze devastanti, per quantità e modalità di uso, contengono principi attivi, causano effetti somiglianti alle sostanze di sempre, occorre predisporsi a quali diagnosi verranno individuate.
Hanno nomi sempre meno uguali, Kratom, Spice gold, Sniff, per meglio sedurre i nuovi arrivi per l’inferno che verrà, perché statene certi che arriverà.
Adolescenti e droga, come se afferrare una canna, una pasticca, una polvere, fosse semplice più ancora di ottenere un’autorizzazione a trasgredire una norma, e mandare a quel paese una regola.
“Droga e mi calo giù, tutto qui, e non rompetemi l’anima”, questo il leit motiv delle ultime stagioni, l’istanza che sale alta da un quattordicenne, che formato lo è dalla play station, dalla voglia di uscire dalla propria periferia adolescenziale.
Parlando con un ragazzo sospeso per qualche giorno da scuola, non una parola importante sull’accaduto, sull’infrazione commessa, non un sussulto di rimorso, piuttosto un lamento persistente di giustificazioni, completamente assente di motivazioni, distante da un riesame critico dell’evento.
Un ragazzo come tanti altri, educato, pulito, eppure dentro un’insignificanza comportamentale stupefacente, poco interessato alle strade del mondo, alle scelte da fare, certo di farcela a delegare ad altri la fatica dello studio e del rispetto delle regole, un ragazzo preso in mezzo tra internet e il quad nuovo fiammante.
Un adolescente, a farsi una canna o una pipetta di roba da supermercato delle idiozie, è così normale l’indulgenza politica da diventare prassi culturale, fino a essere scandaloso scandalizzarsi, in fin dei conti non occorre esagerare, creare panico, c’è una gioventù capricciosa è vero, ma che verrà ricondotta alla ragione, dalla nostra capacità di confrontarci e dialogare, di mettere in campo strumenti educatici e preventivi efficaci. Intanto però ci muoviamo sui detriti causati da questo disagio, lo facciamo con risposte immediate ma semplicistiche, continuando a fare i conti con quella imperturbabilità del mondo giovanile protesa all’incontro di azioni di vera e propria devianza.
Navi da guerra con le stive piene di codicilli e sicurezza, nel frattempo si oltrepassa il limite della prudenza con gli estratti vegetali che comunque potrebbero contenere sostanze psico attive.
Appare evidente che c’è una accondiscendenza da teatrino del dubbio, per questo dramma persistente che la droga moltiplica e accentua, massacrando i ragazzi e le famiglie, lasciati senza difese, privati persino dell’ultima certezza, quella di meritare un futuro migliore.

Vincenzo Andraous