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Analfabetismi affettivi e contaminazioni subliminali

17 Dicembre 2008

Se mai qualcuno abbia svolto servizio di volontariato in un dormitorio, saprebbe come la figura del clochard sia distante da quella raccontata in certa letteratura romantica, che lo vorrebbe felice e contento del proprio abbrutimento psico-fisico.

Il clochard, il barbone, adagiato sul cartone o sulla panchina è soltanto un uomo solo, impreparato alle nuove sfide, oppresso dalle proprie lentezze e stanchezze, fragile e ultimo davvero, per questo dovrebbe suscitare il rispetto dovuto.

In quattro si sono adoperati per estinguere il clochard di turno, per arrostirlo  e spedirlo all’altro mondo, in quattro per uccidere un uomo inerme e inoffensivo, ma colpevole  di essere una persona abbandonata.

Hanno cosparso di benzina una persona adagiata su una panchina, hanno tentato di farne un bel falò, non per fanatismo religioso, nè per razzismo congenito, lo hanno preso di mira perchè tanto è una “cosa” senza valore, anzi un fastidio da scacciare via, in fin dei conti è uno di quelli non bello da vedere, da sloggiare in fretta dai parchi, dalle vicinanze dei cassonetti, dalle chiese, perché no anche delle città illuminate.

Quattro “bravi” ragazzi, ciascuno con il suo bel pedigree, fornito dalla scuola, dal datore di lavoro, dalla famiglia, ognuno con in tasca un pezzo di futuro già bello e confezionato.

Quando si è dei mentecatti in quattro il coraggio lo si trova nella fisicità di un sorriso, di una smorfia, la sfrontatezza dell’intesa è sottotraccia al tubo di birra, di una canna, di uno sniffing, sopra il  palcoscenico dove inizia la  recita, al nastro di partenza, per la finale assoluta, per uscire finalmente dalla maledetta anonimia, dalle stramaledettamente uguali  serate al bar a fare niente, se non a costruire percorsi di guerra mentali, tanto per non restare schiacciati dalla propria insignificanza.

In quattro a pensare di annientare chi sta dietro, per la paura di esser conciati peggio.

Forse accade per assenza di un tempo e di un impegno che riesca a sdoganare l’emozione di una relazione importante, di un incontro da ricercare per non esser costretti alla resa di fronte al niente di una coscienza infantilizzata.

Il barbone brucia, l’adrenalina sale fino a stracciare gli analfabetismi affettivi, le contaminazioni subliminali, il reality non è solamente di casa in tv, nei tiggì, nelle pagine patinate, è qui e ora, e noi finalmente siamo i protagonisti, chi se ne frega se attraverso le sofferenze di un poveraccio.

Emergenza educativa? In questa constatazione c’è tutta l’impresentabilità del mondo adulto, da quello genitoriale a quello professorale, impegnato a fare cassa piuttosto che fatica preventiva, per inchiodare alle proprie responsabilità chi pensa che esistono persone diverse e quindi di minore importanza, di così basso profilo da risultare insopportabili.

Questi quattro “bravi” ragazzi ci fanno comprendere che questa mimetizzazione di normalità malata crea inquietudine, attese, desideri che divengono indicibili, fino a relegare in un angolo una parte di umanità, quella più giovane, inconsapevole di erigere rifiuto e distanza nella comprensione degli altri, soprattutto di quelli meno fortunati.

fonte:  Vincenzo Andraous

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educare alla vita dentro il carcere

30 Novembre 2008

Rimbomba un silenzio che fa baccano, ma nessuno intende farsene carico, neppure della pietà della morte, quella che dovrebbe indignare le coscienze, perché ingiustificata, spettacolarizzata, dimenticata.

Sulla condizione del carcere italiano, ognuno indica le cause, le deficienze, le cure e gli interventi da apportare, le urgenze non più procrastinabili per tentare di riconsegnare al carcere la propria utilità.

Eppure rimane sempre più incancrenito l’isolamento a cui è costretto, l’emarginazione a cui non si riesce a dare un senso, come se circondare il tempio del castigo con un incessante sequestro dei bisogni, primo tra tutti il non rispettare la dignità della persona, fosse il metodo meno costoso in termini di investimenti finanziari e di professionalità umane.

Il carcere non è un universo chiuso in se stesso, infatti un esercito di volontari varca ogni giorno quei cancelli per dare conforto e assistenza, poco importa se ciò avviene mantenendo inalterato il meccanismo perverso che il sistema penitenziario riproduce quotidianamente.

Il carcere è opposto e contrario a quanto auspicato dalla nostra carta magna nell’art. 27, perché in una condizione di morte e di abbandono affettivo e culturale, non è possibile generare rieducazione né risocializzazione, tanto meno consolidare il valore della pazienza della speranza, annullando la pazienza della disperazione.

Un mero contenitore da fare rotolare sopra gli ammanchi intellettuali, in queste restrizioni solidaristiche, dovrebbe comunque assolvere alla richiesta di sicurezza della società, contrastare subculture, autismi istituzionali che partoriscono cittadinanze disperanti.

Non è lecito contemplare pietà, né carità, dentro una pena che passa avanti sulla morte di tanti ragazzi-cittadini detenuti, dall’inizio dell’anno quanti sono stati i decessi per suicidio e connessi, una moltiplicazione da non potere passare inosservata, eppure è quello che accade tra cecità e sordità dei numeri, soprattutto dei silenzi colpevoli.

Forse sul mondo capovolto del carcere, delle sue celle stracolme, a intorbidire oltremodo il disagio, c’è una letteratura grossolana, che avvolge quella sorta di terra di nessuno e la popolazione detenuta, rendendo impossibile “uscire” dalle menzogne costruite a arte, “uscire “ dalla ideologia mascherata di giustizia, “uscire” da un giustizialismo di periferia, “uscire” dalla costrizione a sopravvivere violentemente e miserabilmente.

Forse il metodo da adottare e portare avanti per riuscire ad accettare le prove della vita, anche le più dure, sta nel tentare di delineare progetti futuri, che vedano il detenuto impegnato in prima persona. Infatti è al detenuto ( giustamente ) che si chiede di fare autocritica, di accettare l’accompagnamento in un tragitto di vita privo di libertà, a causa delle proprie azioni sbagliate.

C’è bisogno di educare alla vita, senza falsi moralismi, ma attraverso una relazione, un rapporto con la società, perché è solo nell’incontro con l’altro che esiste possibilità di uscire dal proprio sé.

Chissà non ci aiuti un po’ il pensare che occorre riparare al male fatto, continuando a sopravvivere, e magari tentando di diventare migliori di quando siamo entrati, nonostante il carcere e le sue inaccettabilità, intendendo questa sfida una conquista di coscienza, non certamente una disattenzione statuale.

Vincenzo Andraous

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è il momento per un nuovo intervento educativo

8 Ottobre 2008

Un giornalista televisivo mi ha chiesto se davvero l’uso di sostanze, in particolare di cocaina e pasticche degli angeli, sono così diffuse soprattutto tra i più giovani, e giovanissimi.
E’ quanto meno curioso constatare, a distanza di una sequela infinita di tragedie, come ancora oggi è l’interrogativo a tenere banco, a spostare la reale entità del danno, verso un versante corrotto dalle aspettative, dallo status quo, impossibili da arginare, una trasversalità trasgressiva così evidente da non poter più essere meglio definita.
E’ assuefazione giornalistica alla notizia che non c’è più, mentre è evidente che l’assunzione di sostanze in questo paese costituisce da alcune generazioni, un vero e proprio Vietnam per giovani rimasti al palo, adulti in ritirata, genitori disattenti, famiglie monche del dovere di educare.
Denari e intelligenze spese per trovare risposte sulle cause che inducono i più giovani “a calare giù”, per scoprire quali sono i black-out che determinano un comportamento non solo trasgressivo, ma addirittura deviante, se non criminale.
Cocaina a valanga più del vino a buon mercato, droga e regole da supermercato, adrenalina e solidarietà a prezzi stracciati; madre e figlia sniffano, un ragazzo cala giù una pasticca, un altro con la canna, gli altri sempre più soli a fare i conti con le scelte, senza accettare consigli per sbagliare con qualche sicurezza, altri ancora a cercare in tutti i modi di baypassare l’onta della realtà, quella che mette a nudo le miserie.
Il ragazzo che ho conosciuto ieri mi ripete come un disco incantato: voglio questo, quest’altro, e lo voglio adesso, nel tono della sua voce c’è il maiuscolo del ricatto, a costo di impattare con quello che solo nei film è lecito disdegnare.
Cocaina per rinviare a domani le fatiche  delle scelte, degli impegni assunti maldestramente.
Pasticche degli angeli per obiettare, per dissentire, per allontanare i valori di ieri.
Droga e ideali a perdere, mentre la televisione “meccanicamente”  riporta l’obiettivo sulle patenti ritirate, sulle auto sequestrate, sull’alcol mischiato alla roba, sui giovani storditi in sentieri sempre meno praticati dalla soddisfazione.
Forse nell’incredulità di quel giornalista c’è la necessarietà di un nuovo intervento educativo, di un fare e agire senza più spreco di ritardi, di attenuanti per avere male interpretato il valore delle regole.
Occorre ritornare a essere genitori, di quelli che non scappano o delegano agli altri  il proprio ruolo, quando si rendono conto, ed è tardi, di non conoscere davvero i propri figli.
E’ arrivato il momento di non acconsentire a questo andazzo, è necessario farlo da dentro la propria casa, nella scuola, nella strada, fin dall’inizio dove ognuno può sbagliare, ma dove altri devono smettere di essere ciechi, sordi, peggio indifferenti.

Vincenzo Andraous