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nuove droghe e vecchi merletti

24 Novembre 2008

Cocaina e spinelli, nuove droghe e vecchi merletti, sembra questo il leit motiv con cui i giovani si distinguono a scuola, nella strada, nella vita.

E nonostante il mondo dei grandi, degli educatori, dei genitori, sia consapevole del proprio passato, ci si dimentica che forse o semplicemente siamo cambiati noi nel frattempo.

Droga si, droga no, punire non punire, in carcere, no in comunità, un coacervo di brutte e belle intenzioni, di mappature pedagogiche, di prosa della sordità, ognuno a elevare il proprio ruolo e la propria competenza sopra il disagio che imperversa nei ragazzi.

Disagio, trasgressione, devianza, droga, un modo autistico di interpretare le emozioni, disuniti dall’inganno delle parole adulte, dagli agguati predisposti dalle casate educative, prosopopee e dubitosità senza misure, in una sorta di consueta delegittimazione, di malanno intellettuale.

E ’ proprio un bel vedere e un bel sentire per cercare di evitare contatti devastanti con droghe sempre nuove che invadono il mercato, la pratica sta nell’ addomesticare le “ curiosità e gli obblighi gruppali” dei più giovani, sino al momento dell’accidente che non consente uscite di emergenza. Ma nonostante la sofferenza che trasuda ogni singola esperienza di dipendenza da sostanze, da uno sniffing, da una striscia cocaina, da un buco di eroina, o da lacche e colla di ultimissimo grido, regna incontrastata la regina della conflittualità dialettica, della dialogica furbesca, di una nuova destinazione all’inferno delle speranze, attraverso la menzogna elargita senza alcun dettaglio a tutela, affermando che esistono droghe alternative, droghe che non sono considerate tali, droghe normali.

E’ un dialogo generazionale defraudato di onestà e valori condivisi, a fronte di una produttività che non ammette casse mutue né una dimensione del tempo fruibile, affinché sia possibile generare una reciprocità di maturazione culturale e affettiva.

Sul fronte delle prime linee contro l’uso e l’abuso delle sostanze, c’è davvero molto da dire e fare, soprattutto c’è da non accasciarsi sui fallimenti che la vita ci occasiona senza preavvisi, c’è da fare i conti con il proprio vissuto e con quello di tante altre persone anonime, che aggiungono ragioni e intensità sufficienti a proporre riflessioni che contengono le risposte mancanti.

A 13 o 14 anni la canna tra le dita, il fumo nelle narici, uno stile di vita appena iniziato, salire su un’auto lasciata incostudita, prenderne possesso e con normale divertimento partire all’avventura.

In tre ragazzi sopra quella macchina a fumare e ridere, a calare giù di gusto, a pensare di non essere fatti, anzi di stare bene e lontano dai guai.

Tre ragazzi e la strada che diventa stretta, la notte scambiata per il giorno, d’improvviso la musica è finita, il rumore del motore spento, le risate smorzate in gola, i pensieri paurosamente interrotti.

A 13 o 14 anni ci si esprime con l’esibizione di qualche scaltra giustificazione, di scuse zoppe, per non accollarsi una responsabilità precisa, ma forse, quell’albero non sarebbe passato inosservato, forse quell’ostacolo così ovvio non sarebbe stato interpretato come un semplice impedimento, forse se non ci fossero state le canne a fumarsi il residuo di cervello, forse da quella macchina non ci saremmo trascinati fuori soltanto in due, perdendo per sempre, per tutto il tempo che rimarrà da vivere, un pezzo importante di noi stessi.

Vincenzo Andraous

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un passato da tenere pancia a terra

17 Novembre 2008

Quando una riforma prende a calci uno status quo consolidato, oppure mette in evidenza una rete di inefficienze, è naturale che crei dei contraccolpi, se non delle vere e proprie reazioni a catena, come ci conferma il decreto Gelmini sulla scuola.

Una contrapposizione che vede coinvolti studenti e genitori, professionisti della didattica e uomini politici, ognuno armato di parole dure, di speranze trasformate in carri allegorici delle ideologie, che confondono le idee, le progettualità, le stesse capacità di contribuire a raggiungere obiettivi comuni.

In questo bailamme di primi della classe, di ideali sotto forma di offese, ecco a fare capolino la sbarra di ferro, il tubo contundente, il simbolo della virilità italica, teleguidata alla perfezione, appariscente e affascinante in tutta la sua stupidità utopistica.

Nuovamente la storia diviene replicante di se stessa, siamo noi a manomettere i dispositivi di sicurezza, a imbrogliare senza mai voler pagare dazio, eppure quella storia che tanti di noi hanno contribuito a formare, ci insegna che prima o poi il pegno s’è dovuto pagare, con il peso di mille tragedie scagliate addosso alla nostra coscienza.

Giudicare quanto accaduto in quella piazza a Roma, è come sparare sulla Croce Rossa, chi ha iniziato per primo è una domanda posta male, piuttosto c’è da alzarsi in piedi e smetterla di far finta di niente a fronte delle spranghe fasciste e dei caschi comunisti, occorre davvero stare insieme per non riproporre nuovamente tante assenze, maschere scomposte a declinare nomi e età inconfessabili.

Tanti giovani a scontrarsi, a farsi male per un’idea? Un ideale? O un’ideologia tumorale che ricresce e si espande ogni volta che la frontiera del pensiero diventa recinto di filo spinato e non più nuovo spazio di comunicazione, un confine che separa, che emargina, ancor prima di ogni possibile incontrarsi e conoscersi.

Non c’è affinità né parentela con quanto di più politicamente scorretto andava presentandosi durante gli anni di piombo, non c’è prossimità di una identificazione con “l’esordiente” terrorismo di ieri.

Non esiste possibilità di ritornare al passamontagna calato sulle identità, alla moltiplicazione dei nascondimenti che comportano gli agguati alla vita.

In quella piazza quei ragazzi hanno inscenato una rappresentazione teatrale non per fini catartici, non solo per frenare una riforma ritenuta provocatoriamente errata, o per difenderla dal sotto vuoto spinto di un’altra concezione altrettanto sbagliata.

In quella piazza la paura ha dettato i tempi e i bisogni di una intera generazione, giovani asserragliati nell’incertezza e nel dubbio, nella mancanza di un progetto e capacità politica e quindi prospettica, hanno lanciato il loro messaggio, e in quella violenza, in quella fisicità dei desideri e delle rinunce imposte, c’è tutta la drammaticità dell’ignoto a nome futuro, creato a misura dalla cecità improvvisa di un mercato che non acquisisce più apprendisti.

In quella piazza non si sono difesi gli interessi di chi studia, hanno stravinto le deficienze intellettuali, le furbate ideologiche, le sintesi sciocche che hanno potere di autoassolversi, una vera e propria miopia politica che riduce ciascuno a comprimari dei soliti fascisti e comunisti in calzoncini corti.

Blocco studentesco, studenti organizzati, plotoni schierati, dentro un passato che bisogna tenere pancia a terra se l’intenzione è di costruire davvero futuro, un passato che ci impone il comando della misura per non cadere nuovamente all’indietro, dove con l’inganno si scelsero di scavare le fosse per seppellire tanti e troppi innocenti.

Vincenzo Andraous

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i giovani e la droga: non repressione, ma educazione

17 Ottobre 2008

L’emergenza droga nelle scuole è reale, ma l’utilità di partire dai giovani, l’ultimo anello della catena, lascia perplessi. L’azione deve essere diretta agli spacciatori e a chi sta sopra di loro. Quanto ai ragazzi, bisogna riportare valori e principi alla loro giusta dimensione

Certo che esiste un’emergenza droga nelle scuole. Come esiste un’emergenza violenza, un’emergenza incultura, e una generalizzata caduta di autorità e prestigio dell’istituzione. Per non parlare della crisi della famiglia, a dispetto di tutte le celebrazioni di piazza. E allora? Da che cosa partiamo per affrontare tutto questo? Dai ragazzi, dal fumatore, dall’ultimo anello della catena? La proposta del ministro Turco lascia francamente perplessi, a dir poco. È come se, in Campania, di fronte all’emergenza rifiuti, si appostassero i carabinieri dietro l’uscio delle case, e fermassero tutti quelli che con il loro bravo sacchetto vanno ad alimentare la crescita delle montagne di rifiuti per le strade. E chi doveva provvedere, e non lo ha fatto? E la camorra, che sta dietro a tutto quel gigantesco business? Troppo facile, troppo semplice, partire dagli ultimi, come sempre. “quod non fecerunt barbari….” Ora, che il consumo di droghe nelle scuole sia diffuso a tutti i livelli è una non notizia. Come non lo è quella che il consumo di droghe cosiddette leggere sia diffuso ovunque. Basta scorrere le cronache dei giornali,che peraltro riportano quotidianamente gli sforzi generosi di tanta parte del mondo della scuola per contrastare questo fenomeno. Ma c’è un nemico più forte.

Modelli di vita, come dire, del fast e dell’easy non ostacolati da famiglia, scuola, società in una gara alla permissività che rinuncia ad ogni approccio mediamente educativo, tema la paura di apparire antiquati o, peggio, repressivi. Perciò, proporre la presenza dei nas nelle scuole è semplicemente insensato. E poi con quali uomini, viste le migliaia di scuole diffuse in tutta Italia? E per quanto tempo? Dopo la prima ondata, come insegnano i bliz fatti ad uso e consumo delle telecamere, tutto ritorna come prima, “business as usual”. Perché non si può pensare seriamente che una ripulita agli zaini e alle cartelle dei ragazzi risolva il problema. E se i presidi possono già chiamare quando e dove vogliono le forze dell’ordine,quale sarebbe la novità? Un’azione che andasse nella direzione di bloccare gli spacciatori, sì che lo sarebbe. Fuori dalle scuole, nei loro covi, con una azione di intelligence, di quelle che non portano servizi nei tg, ma qualche delinquente in galera. Le telecamere intorno alle scuole, certo. E una rete di sostegno a ragazzi e famiglie, che riporti tutti alla consapevolezza dei ruoli, e all’importanza del rispetto delle regole. Ad avere presente che la questione delle droghe è problema che riguarda un mercato mondiale forse secondo solo al petrolio, e dunque le trovate da neofiti del rigorismo lasciano il tempo che trovano.

Il contrario della repressione non è il permissivismo, chè anzi è cosa altrettanto dannosa. Il contrario è educazione dei ragazzi, valori e principi riportati alla loro giusta dimensione, educazione civica che sia consapevolezza anche di cosa rappresenti il mercato della droga a livello mondiale. La famiglia non può più abdicare ai suoi compiti. Un family day della responsabilità sì che servirebbe.

fonte:  aprileonline.info

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è il momento per un nuovo intervento educativo

8 Ottobre 2008

Un giornalista televisivo mi ha chiesto se davvero l’uso di sostanze, in particolare di cocaina e pasticche degli angeli, sono così diffuse soprattutto tra i più giovani, e giovanissimi.
E’ quanto meno curioso constatare, a distanza di una sequela infinita di tragedie, come ancora oggi è l’interrogativo a tenere banco, a spostare la reale entità del danno, verso un versante corrotto dalle aspettative, dallo status quo, impossibili da arginare, una trasversalità trasgressiva così evidente da non poter più essere meglio definita.
E’ assuefazione giornalistica alla notizia che non c’è più, mentre è evidente che l’assunzione di sostanze in questo paese costituisce da alcune generazioni, un vero e proprio Vietnam per giovani rimasti al palo, adulti in ritirata, genitori disattenti, famiglie monche del dovere di educare.
Denari e intelligenze spese per trovare risposte sulle cause che inducono i più giovani “a calare giù”, per scoprire quali sono i black-out che determinano un comportamento non solo trasgressivo, ma addirittura deviante, se non criminale.
Cocaina a valanga più del vino a buon mercato, droga e regole da supermercato, adrenalina e solidarietà a prezzi stracciati; madre e figlia sniffano, un ragazzo cala giù una pasticca, un altro con la canna, gli altri sempre più soli a fare i conti con le scelte, senza accettare consigli per sbagliare con qualche sicurezza, altri ancora a cercare in tutti i modi di baypassare l’onta della realtà, quella che mette a nudo le miserie.
Il ragazzo che ho conosciuto ieri mi ripete come un disco incantato: voglio questo, quest’altro, e lo voglio adesso, nel tono della sua voce c’è il maiuscolo del ricatto, a costo di impattare con quello che solo nei film è lecito disdegnare.
Cocaina per rinviare a domani le fatiche  delle scelte, degli impegni assunti maldestramente.
Pasticche degli angeli per obiettare, per dissentire, per allontanare i valori di ieri.
Droga e ideali a perdere, mentre la televisione “meccanicamente”  riporta l’obiettivo sulle patenti ritirate, sulle auto sequestrate, sull’alcol mischiato alla roba, sui giovani storditi in sentieri sempre meno praticati dalla soddisfazione.
Forse nell’incredulità di quel giornalista c’è la necessarietà di un nuovo intervento educativo, di un fare e agire senza più spreco di ritardi, di attenuanti per avere male interpretato il valore delle regole.
Occorre ritornare a essere genitori, di quelli che non scappano o delegano agli altri  il proprio ruolo, quando si rendono conto, ed è tardi, di non conoscere davvero i propri figli.
E’ arrivato il momento di non acconsentire a questo andazzo, è necessario farlo da dentro la propria casa, nella scuola, nella strada, fin dall’inizio dove ognuno può sbagliare, ma dove altri devono smettere di essere ciechi, sordi, peggio indifferenti.

Vincenzo Andraous

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addiction: una normale malattia

8 Ottobre 2008

Secondo lo studio di M. Pacini e I. Maremmani del Study and Intervention on Addictions Group dell’Università di Pisa, è stato proposto che la tossicodipendenza sia legata alla ricerca di oggetti esterni come fonte di sicurezza, come espressione di un assetto psicologico secondo cui il controllo sugli eventi è attribuito a fattori esterni piuttosto che alla propria volontà. In termini psicologici avrebbero un “locus of control” (LOC) esterno. Questa dimensione permette di spiegare la tendenza di alcuni soggetti ad ignorare i rinforzi contingenti come un’incapacità a rispondere alla ricompensa e alla punizione. Questa incapacità è legata ad un’aspettativa generalizzata che porta a percepire le azioni come sganciate dal raggiungimento di una ricompensa o all’evitamento di una
punizione.
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