Nuovamente, nei salotti buoni, ritorneranno i soliti volti noti a dannarsi l’anima per tentare di dare una spiegazione plausibile, una causa decodificabile, una possibilità ben articolata per rendere meno ardua la sentenza, la quale non limita alla corresponsabilità di ognuno il peso di questa assenza, ma allarga a ciascuno la colpa, infatti ognuno e ciascuno siamo troppo presi a farci le scarpe con le promesse svuotate di ogni contenuto, siamo bravi a invocare sicurezze, ma persistiamo a non voler vedere a un palmo dal nostro naso.
Musica a palla e movimenti ossessivi, avanti senza fretta, tanto il tempo non esiste più, è lì bloccato, violentato dal futuro negato, nell’ultimo agguato che reclama il dazio più alto da pagare.
Un’altra ragazza è caduta a piombo, con le unghie colorate e le vesti intatte, distesa a terra, senza riuscire a trovare un’ansa dove ritemprarsi, dove rifugiarsi, dove ritrovare finalmente un senso.
Gli adulti nel frattempo fanno finta di non vedere gli altri, quelli con gli occhi spiritati dai capitomboli volanti, che comprano il biglietto per la prima fila e per la roba da calare giù. Stanno a parlare di droghe, di alcol, di disagio, di giovani tramortiti dalla anormalità fatta banalità, senza accorgersi delle ultime volontà di una società malata, sbilanciata per vincere a tutti i costi, perdendo i pezzi migliori.
Rave party e l’attesa racchiusa in un bicchiere, l’ultimo, quello della staffa, calato giù con la roba, così scompare l’urto del fastidio che verrà, senza fare rumore riempirà di attenzione ognuno, in una ossessione illusoriamente liberatoria, che condurrà al prossimo sacrificio.
Un’altra ragazza è morta, titoloni sui giornali e trasmissioni ad alto registro, per sottolineare il pericolo dei rischi estremi, la ferocia del suono che disinibisce, delle sostanze che inventano corsie preferenziali prive di uscite di emergenza.
C’è urgenza di andare alle statistiche che dilaniano le certezze, per non accettare questa partitura scritta sulla pelle dei più giovani, c’è altro da indagare, per arginare quella voglia di scomparire, intesa all’inizio come una semplice boutade, ma a giorni alterni eletta a mito che non viene meno.
La strada da percorrere insieme sta nel mezzo di quel rave party, nel centro di quello spiazzo, dove la storia ci racconta un desiderio di vivere e gioire che non c’è più, di emozioni sparate addosso ai sentimenti, di un senso ripiegato su se stesso, così accartocciato da falsarne l’importanza.
Occorre smetterla con le politiche da neofiti d’accatto, serve raccontarci la nostra storia personale, che a volte non è bella, anzi è una gran brutta storia, ma proprio per questo potrebbe indurci a non guardare più il cielo e pensare che il “destino è cieco e non lo sa “.
Perché siamo noi i protagonisti dei nostri domani, delle nostre speranze di incontrare qualcuno che parla alle stelle di quel cielo, e quelle stelle portano il nostro nome.
Vincenzo Andraous






















