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un passato da tenere pancia a terra

17 Novembre 2008

Quando una riforma prende a calci uno status quo consolidato, oppure mette in evidenza una rete di inefficienze, è naturale che crei dei contraccolpi, se non delle vere e proprie reazioni a catena, come ci conferma il decreto Gelmini sulla scuola.

Una contrapposizione che vede coinvolti studenti e genitori, professionisti della didattica e uomini politici, ognuno armato di parole dure, di speranze trasformate in carri allegorici delle ideologie, che confondono le idee, le progettualità, le stesse capacità di contribuire a raggiungere obiettivi comuni.

In questo bailamme di primi della classe, di ideali sotto forma di offese, ecco a fare capolino la sbarra di ferro, il tubo contundente, il simbolo della virilità italica, teleguidata alla perfezione, appariscente e affascinante in tutta la sua stupidità utopistica.

Nuovamente la storia diviene replicante di se stessa, siamo noi a manomettere i dispositivi di sicurezza, a imbrogliare senza mai voler pagare dazio, eppure quella storia che tanti di noi hanno contribuito a formare, ci insegna che prima o poi il pegno s’è dovuto pagare, con il peso di mille tragedie scagliate addosso alla nostra coscienza.

Giudicare quanto accaduto in quella piazza a Roma, è come sparare sulla Croce Rossa, chi ha iniziato per primo è una domanda posta male, piuttosto c’è da alzarsi in piedi e smetterla di far finta di niente a fronte delle spranghe fasciste e dei caschi comunisti, occorre davvero stare insieme per non riproporre nuovamente tante assenze, maschere scomposte a declinare nomi e età inconfessabili.

Tanti giovani a scontrarsi, a farsi male per un’idea? Un ideale? O un’ideologia tumorale che ricresce e si espande ogni volta che la frontiera del pensiero diventa recinto di filo spinato e non più nuovo spazio di comunicazione, un confine che separa, che emargina, ancor prima di ogni possibile incontrarsi e conoscersi.

Non c’è affinità né parentela con quanto di più politicamente scorretto andava presentandosi durante gli anni di piombo, non c’è prossimità di una identificazione con “l’esordiente” terrorismo di ieri.

Non esiste possibilità di ritornare al passamontagna calato sulle identità, alla moltiplicazione dei nascondimenti che comportano gli agguati alla vita.

In quella piazza quei ragazzi hanno inscenato una rappresentazione teatrale non per fini catartici, non solo per frenare una riforma ritenuta provocatoriamente errata, o per difenderla dal sotto vuoto spinto di un’altra concezione altrettanto sbagliata.

In quella piazza la paura ha dettato i tempi e i bisogni di una intera generazione, giovani asserragliati nell’incertezza e nel dubbio, nella mancanza di un progetto e capacità politica e quindi prospettica, hanno lanciato il loro messaggio, e in quella violenza, in quella fisicità dei desideri e delle rinunce imposte, c’è tutta la drammaticità dell’ignoto a nome futuro, creato a misura dalla cecità improvvisa di un mercato che non acquisisce più apprendisti.

In quella piazza non si sono difesi gli interessi di chi studia, hanno stravinto le deficienze intellettuali, le furbate ideologiche, le sintesi sciocche che hanno potere di autoassolversi, una vera e propria miopia politica che riduce ciascuno a comprimari dei soliti fascisti e comunisti in calzoncini corti.

Blocco studentesco, studenti organizzati, plotoni schierati, dentro un passato che bisogna tenere pancia a terra se l’intenzione è di costruire davvero futuro, un passato che ci impone il comando della misura per non cadere nuovamente all’indietro, dove con l’inganno si scelsero di scavare le fosse per seppellire tanti e troppi innocenti.

Vincenzo Andraous

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i giovani e la droga: non repressione, ma educazione

17 Ottobre 2008

L’emergenza droga nelle scuole è reale, ma l’utilità di partire dai giovani, l’ultimo anello della catena, lascia perplessi. L’azione deve essere diretta agli spacciatori e a chi sta sopra di loro. Quanto ai ragazzi, bisogna riportare valori e principi alla loro giusta dimensione

Certo che esiste un’emergenza droga nelle scuole. Come esiste un’emergenza violenza, un’emergenza incultura, e una generalizzata caduta di autorità e prestigio dell’istituzione. Per non parlare della crisi della famiglia, a dispetto di tutte le celebrazioni di piazza. E allora? Da che cosa partiamo per affrontare tutto questo? Dai ragazzi, dal fumatore, dall’ultimo anello della catena? La proposta del ministro Turco lascia francamente perplessi, a dir poco. È come se, in Campania, di fronte all’emergenza rifiuti, si appostassero i carabinieri dietro l’uscio delle case, e fermassero tutti quelli che con il loro bravo sacchetto vanno ad alimentare la crescita delle montagne di rifiuti per le strade. E chi doveva provvedere, e non lo ha fatto? E la camorra, che sta dietro a tutto quel gigantesco business? Troppo facile, troppo semplice, partire dagli ultimi, come sempre. “quod non fecerunt barbari….” Ora, che il consumo di droghe nelle scuole sia diffuso a tutti i livelli è una non notizia. Come non lo è quella che il consumo di droghe cosiddette leggere sia diffuso ovunque. Basta scorrere le cronache dei giornali,che peraltro riportano quotidianamente gli sforzi generosi di tanta parte del mondo della scuola per contrastare questo fenomeno. Ma c’è un nemico più forte.

Modelli di vita, come dire, del fast e dell’easy non ostacolati da famiglia, scuola, società in una gara alla permissività che rinuncia ad ogni approccio mediamente educativo, tema la paura di apparire antiquati o, peggio, repressivi. Perciò, proporre la presenza dei nas nelle scuole è semplicemente insensato. E poi con quali uomini, viste le migliaia di scuole diffuse in tutta Italia? E per quanto tempo? Dopo la prima ondata, come insegnano i bliz fatti ad uso e consumo delle telecamere, tutto ritorna come prima, “business as usual”. Perché non si può pensare seriamente che una ripulita agli zaini e alle cartelle dei ragazzi risolva il problema. E se i presidi possono già chiamare quando e dove vogliono le forze dell’ordine,quale sarebbe la novità? Un’azione che andasse nella direzione di bloccare gli spacciatori, sì che lo sarebbe. Fuori dalle scuole, nei loro covi, con una azione di intelligence, di quelle che non portano servizi nei tg, ma qualche delinquente in galera. Le telecamere intorno alle scuole, certo. E una rete di sostegno a ragazzi e famiglie, che riporti tutti alla consapevolezza dei ruoli, e all’importanza del rispetto delle regole. Ad avere presente che la questione delle droghe è problema che riguarda un mercato mondiale forse secondo solo al petrolio, e dunque le trovate da neofiti del rigorismo lasciano il tempo che trovano.

Il contrario della repressione non è il permissivismo, chè anzi è cosa altrettanto dannosa. Il contrario è educazione dei ragazzi, valori e principi riportati alla loro giusta dimensione, educazione civica che sia consapevolezza anche di cosa rappresenti il mercato della droga a livello mondiale. La famiglia non può più abdicare ai suoi compiti. Un family day della responsabilità sì che servirebbe.

fonte:  aprileonline.info