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programma “narconon” per uscire dalla droga – testimonianze

13 Novembre 2008

umbertogina
Siamo Umberto e Gina, di 26 e 24 anni. Dieci di questi anni li abbiamo passati nell’inferno della tossicodipendenza. Scriviamo questo pensiero perché ora siamo orgogliosi e fieri di noi stessi per il grande passo che abbiamo fatto riuscendo a uscire definitivamente dalla droga, grazie alle nostre qualità vere e con tutto il nostro potenziale a disposizione. E c’è di più, ora che abbiamo risolto il nostro problema aiutiamo dall’esterno tutti i nostri amici del centro Narconon, ogni volta e in ogni modo possibile, così che sempre più ragazzi possano essere aiutati ad uscire dalla droga.
Gina ed io oggi viviamo uniti, nella lucidità e nella serenità, affrontando al meglio il lavoro, vivendo in armonia con la famiglia e gli amici, nella consapevolezza di poter migliorare ancora. Vogliamo dire grazie per il sostegno fisico e morale, che tutti gli amici del centro ci hanno dato nel corso del programma Narconon: per questa seconda opportunità di vivere.
Non lo dimenticheremo mai.
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MARCO
Oggi che sto scrivendo il successo più bello della mia vita, sono passati quasi due anni da quando ho conosciuto il programma Narconon.
MarcoHo 38 anni e ho fatto uso di qualsiasi tipo di droga per 19 anni e quando sono entrato al centro Narconon di Torre dell’Orso pensavo fosse un altro tentativo, vano e senza possibilità di risultato, di risolvere il mio problema. Durante lo svolgimento del programma ho invece trovato un gruppo di amici che mi ha sorretto nei momenti più difficili e che mi ha insegnato, attraverso corsi di miglioramento personale, ad affrontare la vita di nuovo ed a trovare il coraggio e gli scopi per andare avanti.
Ora porto questo successo dentro di me. Ho vinto la mia battaglia contro la droga e questo lo devo anche ai miei amici della Narconon. Adesso, oltre a condurre la mia vita, sono sempre attivo contro la droga e sostengo il lavoro nei centri Narconon se sempre e dovunque ce ne sia bisogno, perché credo in quello che ho fatto. Devo tutto questo anche a mia madre, che ora non c’è più. Anche lei mi ha aiutato a fare il programma Narconon ed era convinta che ce l’avrei fatta.
Grazie a tutti quelli che lottano quotidianamente contro la droga, ce l’ho fatta.
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AndreaANDREA
Mi chiamo Andrea e attualmente ho trent’anni. Per molti anni ho fatto uso di sostanze stupefacenti, cominciando da adolescente con il classico spinello e continuando poi con droghe più pesanti, per provare nuove sensazioni. A un certo punto però, la mia vita sembrava un vicolo cieco. Non riuscivo più a smettere e, col tempo, avevo perso tutti i miei valori e tutti i miei amici. Quando ormai non credevo più niente, ho avuto la fortuna di conoscere il centro Narconon e con un programma semplice, ma molto efficace, ho trovato quella libertà che un tempo andavo cercando con le droghe. Infatti, in pochi mesi mi sono disintossicato fisicamente, ma soprattutto mentalmente, ritrovando la mia responsabilità e la felicità dimenticata. Da cinque anni non uso più sostanze stupefacenti, sto per sposarmi, ho successo nel lavoro e nella vita.
Tutto questo grazie a un piccolo sforzo da parte mia grazie al Programma Narconon.
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FedericoFEDERICO
Ciao, sono Federico e ho 40 anni. Stavo per dire “ragazzo” di 40 anni, ma mi sono corretto, anche se soffermandomi a riflettere sul termine che spontaneamente stavo scrivendo, sono sicuro che la definizione giovanile non mi sia venuta in mente a caso. Devo considerare che per 18 lunghi anni la mia mente non è esistita proprio, ottenebrata come era da droghe pesanti e medicinali. Si, effettivamente ora mi sento come un venticinquenne, un po’ maturo, che è ritornato a vivere grazie all’aiuto del gruppo Narconon ed al gruppo di amici sinceri che ne fanno parte. Spiegare come mi sento è molto semplice: da quando avevo 14 anni, per me è iniziata una vera e propria guerra. Una guerra con battaglie, amici e nemici morti, sofferenze, familiari, che si disperano e così via.
Con prospettive così negative per la mia vita, che non ero più capace di costruire niente. Solo a distruggere.

Ora mi sento liberato da questo incantesimo, ho scoperto la formula che mi ha permesso di venir fuori come persona normale e capace, a tutti gli effetti. A chi mi chiede cosa facessi “prima”, rispondo che sono un reduce del Viet-Nam e della Corea, lasciandomi capire solo da chi ha fatto la mia stessa esperienza. Sono rinato e mi sono sentito come un adolescente che scopre tutti i piaceri della vita, a cominciare dalle cose più semplici: una bella giornata di sole, la natura viva intorno, la bellezza di un sorriso di mio figlio, l’amore di mia moglie che, nonostante tutto, mi è rimasta vicina, l’affetto dei miei genitori, il piacere dell’onestà, il coraggio delle mie idee, il rispetto degli amici e di tutte le persone che conosco. Il programma Narconon mi ha messo in mano gli strumenti e ha riabilitato le mie capacità di realizzare i miei sogni. Appena uscito dal centro, ho capito che queste mie abilità le dovevo mettere in campo, giorno per giorno, momento per momento, senza abbassare mai la guardia, cercando sempre di essere onesto con gli altri e con me stesso, superando sbagli e difficoltà con le mie forze, Ora, dopo anni, mi ritrovo ad avere una casa, una famiglia, tre figli belli come il sole, un negozio di musica (faccio parte anche di una banda di blues) e tanti amici che mi stimano. Mi diverto e faccio un sacco di cose interessanti, tra cui cercare di combattere, su tutti i fronti, il peggior male dell’umanità: la droga. Posso dire di essere ridiventato una persona normale, con tutti i suoi sogni, pregi, difetti e sentimenti. Tutto quello che un essere deve e può avere, una cosa che ho incontrato per strada, forse a caso. Quando penso a questa cosa, mi sento veramente felice: il gruppo Narconon, un gruppo di amici veri, veramente speciali, un gruppo a cui sento ancora di far parte e di cui farò parte per sempre, dentro di me.
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PIERANGELA
Sono partita per il centro Narconon il 28 dicembre 1989, dietro insistenza di due carissimi amici i quali avevano già fatto il programma e con tanta speranza dei miei genitori. Ricordo perfettamente quel giorno, eravamo tutti nella sala della casa dei miei ed io, davanti a mio padre, dissi che avrei voluto partire dopo l’ultimo dell’anno. Lui mi guardò e rispose, “Adesso pensa a prenderti cura di te e a tornare quella che eri. Poi, vedrai che tutti i giorni saranno la fine dell’anno”. Parole più vere non le hai mai sentite. Partii, feci tutto il programma, trovai dei veri amici e imparai la tecnologia del programma, così che, dopo averlo completato, mi fermai ad aiutare ad aiutare i ragazzi per circa due anni. Mi sentivo realmente la persona felice e solare che ero stata sino all’età di 18 anni. Ricominciavo a vivere…
Adesso, sono passati 8 anni, ho un marito al quale voglio bene e lui a me. Abbiamo due bambini stupendi, una bella casa ed un lavoro; tutte cose che hanno le persone che vivono serenamente, con la consapevolezza che la vita è una grande cosa e che se vissuta onestamente e costruendo giorno per giorno il proprio futuro, si possono realmente fare molte cose, tutte belle e piene di gioia.
Il problema droghe adesso è molto lontano da me. Se mi fermo un’attimo, vedo che è stata una cosa molto grossa e distruttiva. E’ per questo che adesso, assieme a mio marito, sono sempre disposta ad aiutare chi, purtroppo, sta vivendo ora il problema. Questo perché ho la certezza che il programma Narconon ti fa rivivere.
Grazie a tutti quelli che mi hanno aiutato.

fonte:  tossicodipendenza.org

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testimonianza di Met79

4 Novembre 2008

Un giorno ero nel campo da calcio della comunità con Eugenio e gli dissi: “Se io dovessi mai abbandonare passerei dal retro perché non riuscirei dalla porta principale”. Proprio un bel discorso da codardi; se infatti c’è un valido motivo per cui vale la pena di andare via lo si può fare sotto gli occhi di tutti, senza lasciarsi condizionare. Non è andata così e ho dovuto impegnarmi molto per liberare la mente e concentrarmi solo sull’obiettivo dell’abbandono.

Mentre spazzavo il marciapiede (da solo) pensavo a come sarebbe stato bello andare a ballare ancora una volta, poter provare ancora quelle sensazioni che solo l’exstasy e la musica possono darti.

Tenevo immobile la medaglia della mia vita guardando la sua travolgente luce e, da solo, impedivo in ogni modo che qualcuno, anche involontariamente, la girasse per scoprirne l’altra faccia consumata e sporca.

Così cercai di evitare gli sguardi e le parole di tutti finché il mio pensiero diventò grande, unico e semplicissimo. Nessuno doveva far crollare il mio pensiero, questa immensa costruzione sorretta però da uno stuzzicadenti. Sarebbe bastato un solo sguardo o un po’ di calore per incendiare il bastoncino e sgretolare il tutto. Dovetti isolarmi nel modo più assoluto.

Scavalcata le rete della comunità rimasi immobilizzato per qualche istante e una forte sensazione di vuoto mi pervase la mente e il corpo. Ora ero saltato con forza sulla costruzione e l’avevo fatta traballare; prima che crollasse avevo due possibilità: o saltarne giù e tornare in comunità oppure rinforzare il mio pensiero il mio castello di carta. Nel giro di pochi secondi presi la mia decisione, mi bastò pensare “pensa solo a stasera e “non aver paura” e tutto tornò in equilibrio.

Cominciai a correre (ero in fuga!) finché arrivai in città.

La prima cosa che poteva servirmi, facile da procurare , era l’alcool.

Esattamente come una volta entrai in un supermarket e rubai con facilità. Per l’intera giornata feci tutte le stesse cose che facevo prima come se il tempo passato in programma fosse stato il sogno di una notte. Alle 11.00 di sera ero davanti alla discoteca ubriaco e un po’ fumato, soldi in tasca e con una tessera a mio nome che mi permetteva di entrare gratuitamente nel locale fino a settembre. Ero un po’ dispiaciuto e disgustato per le cose che avevo fatto, ma anche molto esaltato e fiero di me per aver raggiunto l’obiettivo.

Entrai, tutto era conosciuto, la musica a tutto volume, le persone che ballano ammassate, il pavimento madido di sudore, la luce che lampeggiava nel buio e quell’odore, quel sapore unico di sballo. Presi subito due pastiglie e poco dopo i brividi mi passarono su tutto il corpo e mi fecero rizzare i capelli. La musica non entrava solo dalle orecchie, ma da tutti i pori dalla pelle e muoveva il mio corpo come il mare muove un onda.

Mi chiedo che cos’è la discoteca? Semplice, è tutto ciò che non è SOCIETÀ; ma per una persona umana che vive nella società e che ne ha bisogno indispensabile, non può sopravvivere nel pur immenso e variegato mondo della discoteca.

Dopo aver ballato un intera nottata tornai in me, e sbolliti un po’ gli ardori fui assalito da pensieri che mi arrivavano come ventate e che soffiavano via i bastoncini e l’intero castello di carta che mi ero costruito il giorno prima.

La costruzione si disintegrò. Rimase una distesa di rottami fisici e mentali impossibile da raggruppare.

Era domenica mattina, ero solo in una città senza rifugi, con la testa tempestata dal pensiero dei miei amici che avevo lasciato e tradito: Checco e i suoi scherzi, i momenti belli e brutti in comunità che per 24 ore avevo cancellato… Riccarda mi tornò alla mente come un ricordo lontanissimo ma fresco e troppo, troppo nostalgico, Francesca con la sua risata, Gina, le voci, Daniele …… OOOOOH BASTA FA TROPPO MALE.

Dovevo tornare indietro, e un pianto incontenibile mi prendeva e un nodo mi stringeva alla gola.
Tornai, disperato e troppo vergognoso. Ora non posso far altro che riconoscere l’errore che ho fatto, riconoscere che il mio cammino è tornato indietro e riprovarci.

Ora sono qui tra gli scherzi di Checco, Riccarda è vicino a me fresca e profumata, attraverso ancora momenti belli o brutti e i miei sogni si stanno realizzando, stavolta senza droga.

fonte:  drogaonline.it

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testimonianza di Maruska…

2 Novembre 2008

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testimonianza di un ragazzo tedesco

29 Ottobre 2008

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un’invenzione della nostra scarsa volontà

26 Ottobre 2008

Don Enzo Boschetti, il fondatore della Comunità Casa del Giovane di Pavia, ci ha lasciato in eredità una grande verità: “gli irrecuperabili non esistono, sono solo un’invenzione della nostra scarsa volontà”.

Morgan è la devastazione causata dall’assunzione smodata di alcol, gli occhi pieni di lacrime a supplicare per avere una sigaretta, un euro da spendere in vino, in quella solitudine rumorosa e sofferente che rende le persone distanti per essere vedute, incontrate, ascoltate, oppresse da un tempo e da un dolore che inutilmente si affannano a travestirsi di fastidiosa banalità.

Morgan prigioniero del suo vagabondare senza sosta, senza un arrivo da agognare, accattonando una bugia, tutta dentro un cartone di vino.

Lo incontravo spesso mentre svolgevo il mio servizio in comunità, sapevo delle sue notti sotto i ponti a tentare di sopravvivere, giorni sempre uguali che diventano disperazione di esistere, non esistendo.

Il vino è stato suo compagno di viaggio per lungo tempo, al punto da non accorgersi di aver perduto la famiglia, gli amici, il lavoro, il rispetto di se stesso e degli altri, “usati” per calmare la sete, diventata pratica incessante e inconcludente.

Morgan è un uomo che ha deciso di ascoltare, di rimanere in vita a cercare un senso nuovo, non ha più gettato via opportunità e possibilità, insieme agli altri ha deciso di rimettere insieme i cocci, uno per uno, senza fretta cattiva consigliera.

Affidandosi a quelli che non gli hanno voltato le spalle, né sono rimasti alla finestra a guardare, sempre più capace nelle mansioni che è chiamato a svolgere, nelle responsabilità delle scelte che ora possiede e affronta a testa alta, chiedendo aiuto agli operatori ogni qual volta lo necessita.

Sa sorridere ora Morgan, e quando parli con lui, appare nitido il quadro dei suoi tanti ieri, il suo amico più fedele, quello sempre presente, il bicchiere di vino mai lontano, mai di spalle.

La bottiglia è là, silenziosa, ascolta e non consegna noiose lezioni, né abusa di parole spese male, neppure interrompe con le solite prediche.

La bottiglia ascolta i sussurri, i fischi nelle orecchie, la bile che esce a valanga, buona amica la bottiglia, non registra compiti né fatiche, neanche impone di pensare, ascolta e non disturba, non batte ciglio quando Morgan beve fino a svuotare di senso i valori della dignità umana, fino ad annientare quella dimensione in cui si tiene conto del bene degli altri.

Morgan per un tempo impossibile da calcolare, ha vissuto così, tra una malattia dura da accettare e curare, e un territorio da trasformare in un tempio, dove anestetizzare le proprie debolezze e fragilità, sentimenti e passioni.

D’improvviso ecco l’incontro con le persone che hanno saputo tendergli la mano, persone che non hanno avuto bisogno di passargli sopra, ma di stargli accanto, per sostenerlo e accompagnarlo alla vita.

Le sue mani non tremano più come prima, ora sono protese alle cose, agli oggetti, agli strumenti di lavoro che lo impegnano, lo tengono lontano dalla strada, dai ponti, dai vicoli senza uscita.

Vincenzo Andraous

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testimonianza di Veronica

24 Ottobre 2008

Salve il mio nome è Veronica ed ho 21 anni. Anch’io vorrei raccontare la mia storia e spero che tutti quei ragazzi che fanno uso di droga si fermino a leggere le mie parole.

Io fortunatamente,ho chiuso con la droga,ma purtroppo al giorno d’oggi sono tantissimi i ragazzi che fanno uso di stupefacenti. Come la maggior parte delle persone ho iniziato a fumare gli spinelli all’età di 13 anni tanto per provare…vedevo che i miei amici si divertivano moltissimo,erano felici…perchè non provare?

Da qui è iniziato il mio percorso nel tunnel della droga e nemmeno me ne resi conto..infatti da fumare uno spinello ogni tanto in compagnia,iniziai a fumare 5 o 6 spinelli ogni giorno,anche da sola,in casa. Ormai era diventata un’abitudine e se capitava che non avevo da fumare,diventavo nervosa. Poi si sà..lo spinello,arrivati a un certo punto non ti basta piu’ e hai voglia di provare altre cose,così provai l’ecstasy…l’lsd e la cocaina.

Scrivo questi 8 anni della mia vita brevemente,altrimenti farei un romanzo.

In poche parole facevo l’ecstasy quando andavamo in qualche discoteca il fine settimana..poi iniziai a mescolare l’ecstasy con l’lsd,cocaina,alcoolici e spinelli,facevo di tutto. Per me era solo un modo di divertirsi,una “bravata” ma non mi accorgevo che mi stavo distruggendo piano piano con le mie stesse mani.

Molte volte mi sono sentita malissimo in discoteca,ma questo non mi faceva fermare anzi…iniziai a sballarmi con l’lsd ogni giorno. I trip erano la mia droga preferita,non sò perchè..vivevo in un mondo tutto mio,un mondo bello,irreale…Per 6 lunghi mesi ho calato un cartoncino di lsd al giorno senza saltarne neanche uno. Sapevo controllarmi ormai,anche quando l’effetto era forte e andavo nella cosiddetta “paranoia” tanto da calarmi anche da sola,la sera prima di andare a letto. Ricordo che prima di mettermi sotto le coperte mi calavo il mio cartoncino e poi restavo tutta la notte a viaggiare con il mio trip ascoltando la musica,guardando la tv. Ero arrivata a un punto che non mi piaceva piu’ essere “sana”…

Un giorno d’estate,del 1997, io e i miei amici calammo delle pastiglie di ecstasy…ricordo di averne calate 6 mescolandole, per la mia prima volta,con una “sniffata” di eroina. Mi sentii malissimo.
Non dimenticherò mai quel giorno…adesso capirete il perchè. Un mio caro amico mi accompagnò a casa la sera tardi, regalandomi un cartoncino di LSD. Non contenta della giornata me lo calai a letto…Mi prenderete per pazza, lo so, lo penso anche io adesso, ma in quei momenti, quando sei sballata, non ti rendi conto di quello che fai. Presi la “botta” piu’ grande della mia vita,non sono mai stata così male…Avevo allucinazioni bruttissime,vedevo mostri e cadaveri nella mia stanza e non sapevo piu’ come fare perchè ero sola e non sapevo piu’ come controllarmi. Non potevo fare niente anche perchè c’erano i miei genitori di là, nell’altra stanza e avevo paura di essere scoperta, ma avevo bisogno di qualcuno. In alcuni momenti non ricordavo nemmeno dov’ero…non riconoscevo neanche casa mia. Il tempo non passava mai..ero disperata…

Arrivarono le 7 di mattina quando squillò il telefono di casa. Era la mia migliore amica che piangeva…Il ragazzo, il mio amico che mi aveva accompagnata a casa la sera prima, era morto in un incidente stradale. Non auguro a nessuno quello che ho passato io, ma potete immaginare cosa ho provato in quel momento…Mi venne una grande crisi sotto effetto di LSD e i miei mi portarono all’ospedale.

Il giorno piu’ brutto della mia vita che però mi ha salvata perchè da lì “scattò una molla nella mia testa”:BASTA CON LA DROGA!

Il mio amico ci ha perso la vita all’età di 23 anni, oggi lo porto e lo porterò sempre nel mio cuore ringraziandolo di avermi salvata perchè è da lì che ho smesso con ogni tipo di droga. Purtroppo però,quando “chiudi” con tutto ti rendi conto dei danni che può causarti la droga.

In questi 4 anni ho avuto allucinazioni,attacchi di panico, depressione, anoressia e ho tentato varie volte il suicidio.
Oggi con l’aiuto di molte persone che mi sono vicine finalmente sto bene, ce l’hò fatta! Ho superato la depressione, le allucinazioni e tutto il resto, anche se non sono ancora al 100 per 100!
Ho ritrovato la voglia di vivere e la felicità.

Voglio solo dire una cosa a tutti ragazzi che ne fanno ancora uso: la vita è bella, viviamo una volta sola, non rovinatela con la droga! Quello è un mondo, un divertimento irreale, sì che può piacere, come piaceva a me e come piace a chiunque, ma non vi rendete conto dei danni che provoca! C’è di meglio nella vita! Dateci un taglio finchè siete in tempo,ve lo dice una ragazza,anche se piccola di età, che però ha avuto la sua esperienza con la droga e che porta per sempre con sè un caro amico morto (scusate la parola) per queste stronzate!

fonte:  drogaonline.it

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testimonianza di Patrizia

20 Ottobre 2008

Ciao Luca. Come spesso accade, ho risposto alla visita che tu avevi fatto sul mio blog e mi sono trovata a guardare in faccia molte delle mie responsabilità.

Non vorrei perdermi in una di quelle inutili considerazioni sul tempo passato, ma quello che scrivi mi ha riportato a quando, negli anni ’70, noi che allora eravamo studenti, sentivamo come dovere civico il fatto di non giudicare, emarginare i nostri compagni che erano diventati tossicodipendenti. Creavamo dei momenti di aggregazione in cui davamo tutta la nostra solidarietà e in cui finiva sempre che qualcuno veniva colto dal pericoloso desiderio di salvare uno di quei ragazzi che a noi sembravano solo romantici e ribelli. Inoltre, credo che la convinzione che avremmo potuto “redimerli” aumentasse la nostra autostima e ci facesse sentire potenti. Anch’io facevo parte di uno di questi gruppi di crociati, fino a quando, nel 1975, una delle mie amiche, aveva solo 17 anni, morì di arresto cardiocircolatorio dopo una overdose di varie sostanze. Il suo ragazzo, un altro del gruppo dei salvatori, fece la stessa fine dopo pochi mesi. Per me il romanticismo finì lì e mi ritrovai a ripensare criticamente al nostro orgoglio salvifico. Ero giovane e stupida, vivevo nel Veneto, dove essere crociati di una qualche causa era scritto nel nostro DNA, insieme all’esame di coscienza e al catechismo (vedi a cosa può portare nel tempo l’aberrazione di tale pensiero!!!). Ciò che mi è rimasto di questa dolorosa esperienza, insieme ad altri temi pregnanti, ha trovato parole nel tuo blog, e nella convinzione che colpire i veri colpevoli, educare e prevenire sarebbero meno costoso è più salutari a tutti i livelli. Ma spesso nella nostra società, sembra più produttivo lasciare che le cose accadano per poi cercare di porvi rimedio. Il fatto di cercare di vivere coerentemente non mi fa sentire meno responsabile per il mondo che lascio ai miei figli, ed è bene che il tuo blog continui a ricordarlo a me e a tutti quelli della mia generazione.

Un caro saluto ed un augurio per le tue attività.

Patriziabr

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testimonianze

30 Settembre 2008

Riproduzione  parziale dal n. 102 di “Noi, genitori & figli” del 26/11/06

Come me ne sono accorta? Io non me ne sono mai accorta… Una sera venne da me la sua fidanzata, una brava ragazza, stu­dentessa. Era agitata, imbarazzata. Mio figlio le aveva rubato dei soldi, più di un milione di lire. Stavano in un cassetto, un regalo dei suoi genitori per comprare un computer. Signora, credo che Andrea si droghi, disse alla fine. Fu una doccia fredda. E insieme, stranamente, una specie di liberazione. Come se il mio istinto di madre avesse sempre saputo, ma ci volesse qualcuno che mi sbattesse in faccia la realtà». Sara ha 54 anni, è bella ed esile. Parla piano, a brevi sussurri. Accetta di rievocare questa storia vecchia di anni, la storia che ha ferito la sua vita tranquilla di impiegata e di madre rimasta vedova troppo giovane con due bambini, solo perché oggi sembra davvero tutto finito. Andrea, il minore dei due figli che ha cresciuto da sola, si è appena sposato, ha un buon lavoro e le telefona due volte al giorno dalla città in cui si è trasferito, a mille chilometri dal paesino Veneto dove Sara vive. La schiavitù dalla cocaina è un ricordo, anche se in fondo mai sbiadito: resta là come un monito, «perché mio figlio era intelligente e vitale eppure ci è caduto e ha toccato il fondo. E anche se è risalito, la sua zona fragile e oscura ancora mi sorprende e mi tiene in allerta». La caduta di Andrea comincia un’estate, dopo il diploma, mentre lavora come cameriere in un posto di mare. Una sera, chiuso il ristorante, il suo principale mette sul tavolo un vassoio di cocaina e gliela offre. Andrea accetta. È la prima volta che si droga, gli sembra un’esperienza come un’altra ma la polvere bianca impiega poco a sedurlo: quell’illusione di onni­potenza e la fatica fisica che scompare. La cocaina diventa la sua retribuzione. Le ultime due settimane della stagione dorme in spiaggia: non ha più soldi per la stanza in affitto. Torna a casa diverso, trasandato e irritato. «Pensai che fosse un normale passaggio all’età adulta – ricorda la madre -ma lui non cercava lavoro e io cominciai a preoccuparmi. Usciva ogni sera, a volte tornava al mattino dicendo che era stato con la fidanzata. Io non capivo, sospettavo, ma non volevo fare la madre ansiosa, temevo lo scontro. Che stupida… preferivo difendere una finta tranquillità familiare piuttosto che cercare la verità… Un giorno mi disse che era stato assunto come custode notturno in una ditta, e mi portò fuori a pranzo per festeggiare, in un bel ristorante. Volevo crederci».

Andrea ha cominciato a spacciare, i soldi gli girano. Frequenta un giro di giovani ricchi e tossici di una città vicina. Passano le notti in discoteca o al bar. Lui di giorno vede la fidanzata per mantenere un’immagine rispettabile e di notte frequenta altre donne. La commedia dura quasi un anno. Fino alla visita della fidanzata a Sara. «Quella sera lo aspettai, e all’alba sentii la porta che si apriva. Mio figlio mi sembrò sfigurato: non era lui. O forse ero io che lo vedevo per la prima volta. Mi sforzai di restare calma, di essere dolce, mentre gli dicevo di quei soldi scomparsi. E quando scoppiai a piangere, lui ebbe una reazione strana: mi guardò a lungo con gli occhi rossi e spenti, poi mi abbracciò sussurrandomi: aiutami».

Seguono giorni d’inferno: Sara fa mille telefonate per trovare una comunità che accolga suo figlio; lui sta chiuso in camera illudendosi di disintossicarsi da solo. Suda freddo, vomita, piange. «Chiesi un’aspettativa al lavoro, non potevo lasciarlo solo. Pregai l’altro mio figlio, che era già sposato, di aiutarmi ma non ne volle sapere: si è comportato da idiota e merita di stare male, mi disse al telefono, e fu un’altra doccia fredda. Avevo paura a rivolgermi ai servizi per tossicodipendenti perché mi rodeva un dubbio: se aveva rubato quei soldi forse si era infilato in faccende illegali. Dovevo prima vederci chiaro». Dopo una settimana di incubi Andrea esce di casa e scompare. Va da una donna del suo giro, Sara lo cerca per due settimane ma non vuole chiamare la polizia. È lui a telefonare. Dal carcere. In uno di quei festini a base di alcol e stupefacenti una persona è morta. Lo condannano a sei anni. «Solo a quel punto l’altro mio figlio si è riawicinato a lui, e lo ha fatto per me -continua Sara -. Senza il suo sostegno non sarei mai riuscita ad aiutare Andrea. E sa una cosa? Ero contenta che fosse finito in galera. Non mi interessava il giudizio della gente: ero sollevata perché solo quell’estrema umiliazione poteva farlo riflettere su quanto fosse caduto in basso, e spingerlo a risalire».

Andrea passa due anni in cella, poi viene accolto da una nota comunità di recupero del centro Italia. La madre e il fratello vanno da lui ogni settimana e toccano il suo cambiamento, lento ma costante: studia informatica, legge, affianca gli operatori nell’accoglienza di nuovi ragazzi. «La cosa più difficile, per me, è stata calibrare amore e fermezza – ammette Sara -, fargli capi­re che lo amavo, che ero con lui, ma che non avrei tollerato altri errori, nemmeno la più piccola bugia». Andrea ottiene l’affidamento ai servizi sociali e torna a casa, impiegato in una cooperativa. Quando raggiunge il fine pena è un uomo, duro con se stesso ma anche più fiducioso della propria forza, ora che ha sconfìtto il mostro. Tempo dopo, in vacanza, incontra una ragazza, le racconta tutto e lei, dopo il primo turbamento, decide di scommettere su di lui. Si sposano e vanno nella città di lei, lontano. «Meglio così: qui ci sono troppi ricordi, troppe facce del passato… Là ha potuto davvero ricominciare da zero. E io ora so che bisogna sempre andare al fondo delle cose. Che quando scorgi un’ombra, anche una sola, nello sguardo delle persone che ami, devi costringerla a uscire. Solo la verità ci unisce. E oggi, in famiglia, siamo tutti più forti». ♦